Ci sono storie che non cercano sconti o facili moralismi, ma che scelgono di scavare a fondo nelle crepe della realtà, là dove la disillusione incontra il disperato bisogno di riscatto. Oggi abbiamo il piacere di ospitare sul nostro blog Mario Lamanuzzi, giornalista e autore che con il suo romanzo ci guida nei territori complessi e torbidi delle scommesse clandestine e del match-fixing. Attraverso le sue parole scopriremo le ispirazioni, i retroscena giornalistici e l’umanità imperfetta che anima i protagonisti di questa storia. Mettetevi comodi e preparatevi a un viaggio crudo ma profondamente umano.
Come è nato il progetto di questo libro? C’è stato un episodio di cronaca, un aneddoto legato al mondo dello sport o un’intuizione particolare che ha fatto scattare la molla e ti ha spinto a dare vita a questo trio di amici e al loro folle piano?
Ho creduto di poter raccontare una storia del genere sulla base di esperienze personali e professionali. Quelle personali derivano dalla mia conoscenza e frequentazione del mondo delle scommesse sportive; quelle professionali si rifanno agli episodi di cronaca incrociati come giornalista. Alcuni di questi avvenimenti sono citati in prefazione nel libro, così da ambientare subito il lettore. Sul piano personale, tra gli scommettitori che ho conosciuto, arrivavano spesso le cosiddette “soffiate” su partite combinate. Sono informazioni che hanno fatto dei giri lunghissimi e quando provavo a risalire ad una fonte originaria, puntualmente si superavano i confini nazionali. Da lì si capiva quanto questa attività fosse troppo grande per utenti medi di agenzie e piattaforme. Nel libro si racconta proprio il folle desiderio di una banda di amici, di gestire in autonomia una rete di partite truccate e di andare oltre -appunto- il posto che la vita gli ha riservato.
Il mondo delle scommesse clandestine e del match-fixing è un tema forte e di cronaca. Quanto lavoro di ricerca c’è dietro la scrittura di questo romanzo?
In realtà non c’è stata molta ricerca, ma partecipazione e compassione verso un’ambizione umana così cieca da non vedere la catastrofe imminente. Le vicende di cronaca le conosco e in passato ci ho lavorato su come giornalista. Mi è stato utile per esempio pescare dalla realtà gli episodi che hanno riguardato l’ex giocatore del Bari Masiello e “il gol per errore” di Tuta sempre contro il Bari. Sono pugliese e dunque si tratta di storie che ho sentito sempre vicine.
Sotto la superficie del noir e della tensione criminale, qual è il messaggio o la riflessione più profonda che vorresti arrivasse al lettore riguardo alla libertà umana e al tentativo di “ingannare” il destino?
Più che un messaggio, il romanzo offre una chiave di lettura della realtà ancorata ad una periferia degradata, una provincia meridionale lasciata sola e disillusa. Ecco, sulla disillusione vorrei che i lettori facessero una riflessione: nessuno regala niente, dunque come dice Passione, uno dei personaggi principali, “Colpisci per primo. Se non ci riesci, crea il caos”. Dobbiamo evitare di sentirci anestetizzati a questo stato di decadenza. L’assenza di morale è di per sé un codice morale che può regolare esistenze e relazioni, come si evince quando i tre della banda devono fare i conti con il capo dell’organizzazione criminale.
I tuoi protagonisti sono mossi da espedienti, debolezze e sopravvivenza anziché essere eroi tradizionali. Cosa ti affascina di più nel raccontare personaggi moralmente complessi o “sbagliati”?
Credo arrivi per tutti un momento in cui ci si rende conto dei propri mezzi e dei propri limiti. Mezzi e limiti determinano il nostro posto nel mondo. Ecco il perché del titolo con l’apparente refuso e il conseguente gioco di parole. I personaggi che frequentano un’agenzia di scommesse, ovvero un luogo che ho definito “cimitero delle intenzioni”, nel mondo hanno un posto marginale e spesso, nell’epoca che stiamo vivendo, per migliorarlo non c’è altra possibilità che commettere uno sbaglio. Distrutto ogni ascensore sociale, l’umanità varia della Spiderbet, così come di tanti altri posti reali e virtuali dove ci si affida alla sola buona sorte dissipando redditi per inseguirla, ritiene l’errore una opzione di sopravvivenza più che di riscatto. Quel tipo di errori però, vedi il fenomeno della ludopatia raccontato attraverso la vicenda tragica del personaggio Bitetto, portano a sprofondare nel baratro.
Se dovessi descrivere la voce di questo tuo primo romanzo e la tua identità di autore usando solo tre parole, quali sceglieresti?
Crudo. Disincantato. Compassionevole. Ma, se posso permettermi un’aggiunta, sempre profondamente umano.
Progetti futuri?
A dicembre vorrei pubblicare l’aggiornamento del mio primo libro, la biografia della rock band The Warning. Tutto Ha Posto ha un finale aperto, quindi con l’avvio del 2027 vorrei lavorare al seguito e puntare a pubblicarlo in estate.
Siamo arrivati alla fine di questa intensa e illuminante chiacchierata. Ringraziamo di cuore Mario Lamanuzzi per la sua straordinaria disponibilità, per la lucidità con cui ci ha svelato i retroscena del suo romanzo e per aver condiviso una riflessione così autentica sulle fragilità umane. Un grazie speciale va anche a voi, cari lettori, che ci seguite sempre con tanta passione. Vi diamo appuntamento alla prossima lettura!
