Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con “L’Arminuta” fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita.
La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
Titolo: Arminuta
Autore: Donatella Di Pietrantonio
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa
Data pubblicazione: 5 Febbraio 2019
Voto: 5/5
Cartaceo ->12€ | Ebook -> 8,99€
Recensione
LArminuta (la ritornata in dialetto abruzzese) è la terza fatica letteraria della scrittrice Donatella Di Pietroantonio, romanzo che le è valso il premio Campiello 2017. Dal libro è stato prima tratto uno spettacolo teatrale e nel 2021 ha debuttato nelle sale l’adattamento cinematografico con l’omonimo titolo.
In poco meno di 180 pagine è racchiusa la storia di una ragazzina appena tredicenne cresciuta in un contesto agiato che viene riportata alla sua famiglia d’origine, una famiglia estremamente indigente. Dalla città al paese. Da una famiglia benestante ad una estremamente umile. Dal corso di nuoto il giovedì al non sapere cosa mangiare ogni giorno. Scopre, suo malgrado, che il Paradiso non esiste, ma che l’inferno è la sua nuova vita. E tutto questo senza sapere il perché quella che credeva la sua vera famiglia l’avesse abbandonata con questi estranei.
I veri genitori, tre fratelli e soprattutto la sorellina più piccola saranno gli attori non protagonisti di questa vicenda che ha il pregio, attraverso una narrazione asciutta e delicata allo stesso tempo, di sfiorare quelle corde emozionali che giacciono silenti in ognuno di noi ma che appena vengono sfiorate vibrano come un diapason, all’infinito.
Il punto focale della storia è la fragilità della protagonista che deve, gioco forza, diventare grande senza averne gli strumenti ne reti ti protezione. L’unico appiglio sarà la sorella minore Adriana che, cresciuta troppo in fretta in quella giungla chiamata famiglia, le darà l’unico supporto stabile. E un letto da condividere.
Impara necessariamente ad essere sorella anche di Sergio, Vincenzo e del piccolo Giuseppe; sarà proprio passando dalle vicende di Vincenzo che riuscirà per la prima volta ad assaporare la sessualità e il gusto dolce amaro della vita. Con i genitori naturali invece si snoda un non rapporto affettivo che via via le permetterà di apprezzare nei loro atteggiamenti burberi tutto l’amore che possono darle, capendo alla fine che per loro quel poco è davvero tutto.
Tutti questi personaggi vengono raccontati ed identificati non attraverso una caratterizzazione puntuale ma dagli eventi che via via scorrono in questo fiume primordiale composto solo di dolore e emozione. E questo funziona alla perfezione nell’intreccio narrativo scelto dalla scrittrice per portare a noi la storia de l’Arminuta.
La verità è che il libro prende in ogni pagina perché dentro lo smarrimento e le difficoltà dell’Arminuta ognuno può rileggere la sua infanzia, dove per essere felici bastava uno sguardo rassicurante di un famigliare.
E ci ricorda che noi siamo come foglie di un vento che può sussurrare amore o indifferenza a seconda di come decidiamo di volare.
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