“The Host” (2006) di Bong Joon-ho

Prima di “Parasite” e “Snowpiercer”, il nostro maestro coreano Bong Joon-oh se ne usciva con questo monster movie, da molti valutato come uno dei migliori del genere degli anni 2000. A detta mia, i motivi sono tanti: primo di tutti, il suo ritmo avvincente che non annoia mai lo spettatore. L’attenzione infatti rimane sempre vivida perché l’opera riesce a comprendere e suscitare più sensazioni e di conseguenza su più generi. E’ un film con il mostro, perciò si direbbe che è un horror, ma la situazione che porta all’incipit della trama è fantascientifica (la creatura nasce da dei rifiuti tossici gettati nel fiume). La struttura della narrazione, nascita del mostro, rapimento della bambina, la fuga dei protagonisti dalla quarantena, il piano e la risoluzione, fanno pensare ad un film di avventura. La gravità della situazione in cui si trovano i personaggi è drammatica, ma il protagonista è un personaggio comico: un padre di famiglia di 30 anni suonati con colpi di sole biondi ed evidenti deficit mentali, interpretato dallo stesso attore (Song Kang-ho) che in “Parasite” presterà il volto al padre della famiglia povera. Immaginate quindi quanto può essere difficile riuscire a trasmettere una così vasta gamma di sensazioni all’interno dello stesso film. Tutti gli ingredienti sono bilanciati in modo che l’opera funzioni e per giunta non sono solo questi gli ingredienti. La pellicola affronta infatti tematiche ambientaliste: l’inquinamento e le sue conseguenze, ma mostra anche una critica alle forze dell’ordine. Come da cliché, i militari rifiutano di credere ai protagonisti quando quest’ultimi dichiarano che la bambina, figlia di Song Kang, è ancora viva, nonostante sia stata rapita dal mostro. E naturalmente non poteva mancare la buon vecchia critica ai poteri forti: il governo annuncia che l’esistenza del mostro ha fatto sì che un’epidemia abbia contagiato la popolazione, ma nella seconda metà del film, un medico confesserà che il virus probabilmente non è mai esistito. L’opera tocca un sacco di punti, spazia su tantissime cose e acquisisce perciò un senso di realismo efficace. La regia poi, con dei movimenti di macchina a mano e ottime carrellate gira delle scene di azione, come quella sulla banchina in cui il mostro appare per la prima volta, che danno un senso di frenesia assoluto. Quasi sembra di essere lì, anche noi in fuga dalla creatura. Per riassumere, la pellicola ha una narrazione ricca e ritmata, avvincente e intelligente. Cos’altro serve ad un film per essere guardato? Io lo consiglio anche perché quello di Bong Joon è un modo di fare cinema diverso dal metodo occidentale a volte ripetitivo e schematico. Guardare opere che non hanno subito l’influenza Hollywoodiana aiuta a capire quante sia variegata la cinematografia estera in confronto a quella a cui siamo abituati. Ciò che ho pensato appena ho iniziato il film è stato proprio quello e questa diversificazione mi ha solo che soddisfatto. L’unica pecca di cui soffre l’opera è la grafica visiva del mostro. Purtroppo, durante la metà del 2000 la computer grafica stava subendo una crescita veloce, perciò le tecniche e i metodi per generare effetti visivi erano in continuo sviluppo e la conseguenza è che il risultato finale è indubbiamente invecchiato male. La presenza del mostro stona un po’ sempre sullo schermo. Ma non mi farei frenare da questo aspetto, il film riesce lo stesso nel suo intento e non guardarlo per questo difetto grafico, secondo me non è poi una scelta così saggia.

Voto (8,5/10)

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. @bluebabbler ha detto:

    A me è piaciuto anche il tema (non nuovissimo) del gruppo di perdenti che affronta il mostro là dove non riesce (o non ci prova) nessun altro.

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    1. Leonardo Loffredo ha detto:

      Si, è un tema che funziona sempre!

      Piace a 2 people

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