Solitudine: domande, risposte ed ambivalenza | La Rubrica di Francesca Zorzetto

Eccoci tornati! Innanzi tutto mi auguro che tutti i miei lettori (e non solo ovviamente), stiano bene, per quanto possibile. Nel post precedente vi ho dato qualche spunto per vivere più serenamente l’isolamento, spero sia stato utile.

Oggi si parla di solitudine. Partiamo con una bella definizione Treccani? mmm…no grazie. Partiamo col raccontare che qualche girono fa, sul mio profilo instagram, ho fatto, nelle stories, la domanda “cos’è la solitudine?” ed ho ricevuto davvero tante risposte, molto variegate tra loro. così mi è venuta l’idea di questo post e mi sono messa a ragionare sul tema. Voglio buttarvi qui sotto due citazioni, la prima è del Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery, la seconda di Albert Eintesin.

“dove sono gli uomini?” disse il Piccolo Principe

“si è un po’ soli nel deserto.”

“si è soli anche con gli uomini.” rispose il serpente

Un essere umano è parte di un intero universo. egli sperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione.

Se analizziamo queste due citazioni affermano una l’opposto dell’altra, ossia, la prima che la solitudine può esistere sia soli che con altri, mentre la seconda, che la solitudine di fatto non esiste.

Dalle risposte che ho ricevuto su instagram, che ovviamente mantengo anonime, ho suddiviso in sei macro categorie i temi che sono emersi. La prima macro risposta è emotiva e connotata in maniera molto forte “la solitudine è terribile“. In questo caso tutto riporta alla mancanza di qualcosa (che si conosce, o meno, come la saudade): il non poter realizzare un desiderio. La seconda risposta riporta alla “fuga”: restare da soli per sfuggire o fuggire da una condizione indesiderata, ecco come, la solitudine può divenire quasi sollievo in questo caso. Altra risposta “un mezzo”: in questo senso qualcuno la identificava col viaggio, per cui un mezzo metaforico molto potente e fatto sia di positivo che di negativo, altri come mezzo per capire se stessi e gli altri, come se la loro lontananza ci permettesse di attribuire loro un valore. Qualcuno è partito dall’assunto che la solitudine sia una condizione data: che può connotarsi diversamente ma comunque c’è, è una condizione. Questo tra l’altro, assomiglia molto alla definizione treccani che inizialmente ho snobbato. Altra risposta interessante che ho sintetizzato così  “un parametro”. La solitudine ci fa da unità di misura: che so, tanto più so star solo, tanto più saprò stare con gli altri. Le proporzioni non sono cosa mia, ma so che si possono invertire a piacimento. Infine ho racchiuso l’ultimo cluster di risposte in “qualcosa di mutevole, ed ho poi aggiunto, ARBITRARIO“.

Tutte queste interessanti risposte, portano a rileggere la frase di Einstein, come una frase in cui le nostre sensazioni, in questo caso la solitudine più che mai, sono esperite come separate dal resto, e forse proprio questo senso di separazione acuisce la solitudine. Non a caso le due parole sono legate:

Etimologicamente il termine solitudine rimanda alla parola “separare” composta da “se” e “parare”. La prima indica “divisone”, la seconda “parto”. Il termine solitudine rimanda alla separazione del nascituro dalla madre con la conseguente perdita di uno stato particolare

Proviamo ora a pensare che il nostro vissuto emotivo non è separato dal resto, può anzi essere un modo o un MEZZO per connettersi, da un lato con se stessi, e dall’altro col mondo. In un’ottica meditativa, se vogliamo orientale, diremmo connettersi con l’universo, con il tutto di cui facciamo parte. In un senso più concreto ed occidentale, la solitudine può divenire un’occasione per entrare in contatto più profondo con noi stessi, se non la rifuggiamo o la riempiamo di altro. Può essere l’occasione di un momento meditativo, che se riusciamo a snaturare dalle sue connotazioni negative, potrebbe spingerci ad andare oltre, e ad avvicinarci a pratiche meditative vere e proprie. Oppure a comprendere la vera causa del nostro soffrire. Sebbene in forma differente, questo non è diverso da quello che si cerca di fare nella cura del depresso: occorre inoltrarsi nella propria solitudine per comprenderne le radici e potervi lavorare (in quest’ottica il lavoro terapeutico è visto com una riconnessione). Vi lascio con uno spunto sulla meditazione, alla quale, non vi nego, sto tentando faticosamente di avvicinarmi.

“Meditazione è innanzi tutto espansione del nostro stato di coscienza; è superamento dei confini mentali che ci fanno credere di essere individui separati dal tutto”.

Attenzione, questo mio disserto non vuole in alcun modo sminuire i sentimenti di sofferenza che persino io conosco bene, vuole invece offrire una visione più ampia, che si avvicina alle filosofie orientali quanto alle neuroscenze. nell’ampio è incluso il singolo, nel singolo difficilmente può accadere il contrario.

à vous…cosa ne pensate? come affrontate questo sentimento, così presente?

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