Six Pack | La Rubrica di Zarite91

Era il 28 Febbraio dell’anno scorso quando uscii con Andrea per il nostro primo appuntamento.

Lo incontrai nel bagno turco della palestra, e per la prima volta nella mia vita decisi di fare il primo passo io. Non lo feci a caso, ovviamente: era capitato già diverse volte di incrociarci in sala attrezzi. Dopo svariati mercoledì, giorno in cui di solito si verificava la congiunzione astrale dei nostri incontri sportivi, avevo deciso di porre fine ai movimenti convulsi che lo scuotevano nel tentativo di continuare a fissarmi mentre si allenava.

Entrò nell’area benessere un bel mercoledì sera del mese di febbraio. Ero già sommersa dai vapori da una decina di minuti, ma prolungai la mia permanenza rischiando la sincope per raggiungere il mio scopo. Per fortuna iniziò a parlare lui, perchè tutto posso fare tranne che iniziare una conversazione dal nulla con uno sconosciuto. Parlammo del più e del meno, finchè, ormai disidratata e fumante, mi alzai per uscire.

<< Allora Andrea, ce la fai a chiedermi il numero di telefono o dobbiamo aspettare mercoledì prossimo? >>

Rimase sinceramente stupito.

<< Ehm, non saprei dove appuntarmelo >>

In effetti non avevo considerato la location.

Alla fine ci scambiammo i contatti Instagram (aredaje), perchè almeno i nomi era semplice ricordarseli.

Devo dire che tra i ragazzi che ho frequentato, Andrea è forse quello che mi ha fatto incazzare di più. E ci misi davvero molto a capire il motivo, oltre a costarmi diverse sedute dalla psicologa e varie notti insonni turbata da sogni incoerenti. Non ero innamorata nè particolarmente presa da lui, eppure mi scatenò una rabbia furiosa che ancora adesso mi sorprende.

Andrea si era presentato molto bene: bellissimo ragazzo, serio, affidabile, banchiere. Sicuramente quest’ultima era la cosa che più gli piaceva ribadire, insieme alla sua passione per la palestra. Anzi, più che per la palestra, direi per la sua perfetta forma fisica. Già, talmente perfetta che le mie amiche l’avevano ribattezzato Six Pack che, per i non addetti ai lavori sta ad indicare la tartaruga addominale. In realtà pur essendo quest’ultima composta da otto muscoli, in genere gli ultimi due sono talmente difficili da ottenere che ci si accontenta di una tartaruga da sei. Ma Andrea ovviamente li aveva tutti e otto: grazie ad un meticoloso allenamento e una dieta severa era riuscito in questa eroica impresa di scolpire l’intero addome. Solo che Eight Pack fu giudicato clamorosamente disarmonico e venne scartato in favore del più musicale Six Pack.

Alla fine mi dimenticai persino il suo nome tanto che di lui si parlava solo in termini di numerosità addominale.

Tornando a noi, Andrea era tutto quello che una donna avrebbe voluto: bello, fisicato, un buon lavoro, una mediocre cultura generale (ma tanto a questo non sembra farci caso più nessuno), niente grilli per la testa.

Ma per me, ovviamente, niente di tutto questo poteva compensare quello che avrei scoperto dopo.

La prima volta che uscimmo mi portò in un posto bellissimo: un bel ristorante anni ‘60 nel cuore di Milano. Mentre cercavo di deliberare una volta per tutte se mi piacesse o no il risotto all’ossobuco, distratta da cameriere travestite da Marylin e dall’arredamento sapientemente vintage, Andrea mi confessò di essere alla ricerca dell’anima gemella, dopo diverse storie andate male. In lontananza il juke box suonava ‘’Hey Jude’’ dei Beatles.

Mi chiesi perchè mai sembra che le persone si dividano in due categorie: quelle che cercano l’impegno, e quelle che non lo cercano. Lui continuava a raccontarmi dei suoi avvincenti disastri sentimentali, ma ascoltavo soltanto con un orecchio. Per il resto mi perdevo in varie considerazioni generali, sentendomi una spettatrice apatica nella giungla delle relazioni. La serata proseguì passeggiando fino al Castello Sforzesco, illuminato dalla luna e costellato di coppie che si tenevano per mano passeggiando.

Il mio istinto iniziò a mandare segnali di dubbia interpretazione: non si trattava di pericolo, quanto piuttosto di un vago senso di disagio viscerale.

Scattò il primo bacio lungo quell’incantevole panorama, ma tutto sembrava stucchevole e da copione. Mi liberai dalla sua stretta.

<< Che ne pensi di conoscere una persona e solo dopo decidere se ti piacerebbe impegnarti con lei? >>, dissi a voce un pò troppo alta. Non so neanche perchè mi venne in mente, nè perchè mi uscìì dalla bocca.

<< Ah…beh si certo >> rispose un po’ pensoso.

Sicuramente dimostrò di avere un grande intuito: la volta dopo mi portò a cena nel carcere di Bollate. Ero nel mio periodo ‘’Orange is the new black’’ e l’avventura mi entusiasmò tantissimo.

Eppure il mio istinto era ancora lì a guastarmi le feste, ma per via delle disavventure degli anni prima tendevo a non dargli ascolto, considerandolo ancora un pò fuori fase.

Per un paio di mesi la frequentazione continuò idilliaca, tra incontri fugaci in palestra, cene in ristoranti originali, passeggiate in luoghi inesplorati. Era ormai estate, e lui e i suoi nPacks erano in auge più che mai. Ero, potrei dire, quasi felice, ma di quella felicità circospetta, che non sai se puoi davvero godertela perchè qualcosa non torna. E non capisci se non torna perchè è davvero così o perchè sei una pessimista malfidata cronica convinta che l’amore non è roba per te.

Ma restai in dubbio solo qualche altra settimana, perchè feci una scelta che svelò per sempre le carte in tavola: aprìì le porte di casa mia.

Andrea era un forte sostenitore della condivisione immediata: se la convivenza era per lui un vero e proprio banco di prova delle storie d’amore, quella precoce era l’enzima che ne accelerava il processo.

Io, al contrario, dall’alto della mia torre di asocialità e dei miei spazi personali di circa due chilometri di raggio, ritenevo tali considerazioni un vero e proprio abominio. Sorretta dall’unica inossidabile convinzione che applicavo in ogni campo della mia vita, e cioè che precoce è sinonimo di prematuro che a sua volta vuol dire ‘’prima del normale’’, ascoltavo le sue ragioni sudando freddo. Ma infine pensai di provare a raggiungere un compromesso, questo altro grande sconosciuto.

Appena Andrea entrò in casa mia, lo fece per restarci. Nel senso che non usci più.

Pensai che in fondo le coppie normali si comportano cosi quindi non ci diedi molto peso: era ora di finirla di comportarmi da adolescente stramba. Ben presto però fui sull’orlo di una crisi di nervi.

E fu proprio in questo momento storico che lui decise di sfoderare con orgoglio i più grandi dogmi della sua vita, uno dopo l’altro come una mitraglietta.

Una sera parlavamo di intolleranze alimentari, riferendoci alla mia (sigh) per il lattosio.

<< Ah sai che anche io sono intollerante? >> mi disse.

<< Davvero?>>, questa mi giungeva nuova.

<< Si sì. Me l’ha detto il mio osteopata >>

<< Eh ?!? >>

<< Si un giorno durante una seduta mi ha detto questa cosa >>

Iniziai ad irritarmi (se mi seguite avrete notato come la pseudo-scienza mi abbia messa già a dura prova).

<< E come avrebbe concluso ciò, di grazia? >>

<< Notando i capillari dilatati che ho sul dorso >>

Caddi dalla sedia. << Mi spieghi il nesso scusa? >>

<< Beh, le proteine del latte non digerite vanno in giro per il corpo provocando la dilatazione del capillari >>, recitò come un bambino elementare all’interrogazione di geografia.

Non ebbi la forza di alzarmi. Dal pavimento tentai di spiegargli la biochimica del lattosio e la fisiologia della digestione, il tutto evitando accuratamente di insultare il suo osteopata, che chiaramente considerava un dio.

Ma fu tutto inutile. Ad ogni mia spiegazione mi rispondeva domandando ‘’Ma se fosse cosi come dici tu, come mai…(seguito troppo imbarazzante da riportare)’’.

Mollai il colpo.

La mattina seguente, mentre preparavo la colazione, mi chiese un bicchiere d’acqua calda. C’erano forse 35 gradi fuori. Gli chiesi perchè mai volesse bere qualcosa che non fosse una granita alla menta.

<< Ma come, non lo sai?>>, mi domandò.

Sentii un brivido di irritazione correre lungo la schiena.

<< Dimmi >> dissi, a denti stretti.

<< Bisogna bere un bicchiere d’acqua agli stessi gradi che ci sono fuori in modo da acclimatare l’intestino, e aiutare cosi l’organismo a soffrire meno della temperatura esterna >>, disse con tono condiscendente.

Mi portai le mani alle tempie << E questo come lo sai? >>

<< Me l’ha detto il mio chiropratico. Ma tu la laurea in medicina l’hai trovata in una busta delle patatine? >>

Ero indecisa se preferissi ucciderlo o lasciarmi morire di inedia.

<< Quindi tu di inverno bevi solo cose ghiacciate per sopportare il freddo?! >> urlai ormai fuori di me.

Feci breccia: riuscivo ad intravedere la rotella del criceto che iniziava a muoversi nel suo cervello.

<< Beh ghiacciate no, ma sarebbe meglio che fossero fredde >>

<< Devo andare a lavoro>> dissi, abbandonando il campo.

Ero furiosa. Mi confrontai con le mie colleghe, che cercarono di sdrammatizzare.

A poco a poco mi calmai, e decisi di affrontare di petto la situazione. Lo avrei fatto la sera stessa.

Quando arrivai a casa, Andrea era già lì. Fluffy risiedeva nel suo trono nell’angolo della cucina. Da come si ergeva perpendicolare il suo ciuffo bianco capii che era estremamente irritata. Non mi venne incontro come in genere faceva al mio rientro: rimase stesa a terra osservandoci con disprezzo.

Senza troppi preamboli, mi rivolsi ad Andrea chiedendogli perché non credeva mai alle mie parole preferendo ascoltare ciarlatani ambulanti.

<< Non dico che la medicina sia oro colato, ma io ad esempio non mi metto a disquisire su operazioni bancarie di cui non capisco nulla con l’arroganza di sapere la risposta. Ognuno ha il suo lavoro. Perchè non riesci a capirlo?>>

La risposta che non avrei mai voluto sentire dalla persona che frequento mi colpì come uno schiaffo:

<< Beh sai, ammetto che io non ho fiducia nei medici e nella medicina tradizionale>>

Lo guardai disperata.

<< E perche mai? Che basi hai per fare un’affermazione del genere?>>

Farneticò la solita storia improbabile del nonno novantenne sofferente rimandato a casa dal pronto soccorso.

<< Si ok ma non è successo niente no? Cioè poi a casa è andato tutto apposto. Ci sarà un motivo se non l’hanno trattenuto>> tentai di farlo ragionare.

Ma a lui non bastava. Non gli andava giù che al nonnino non avessero steso il tappeto rosso all’ingresso, che non avessero ascoltato la dettagliata storia delle malattie della sua esistenza dal 1930 ad oggi, che non avessero almeno cercato un letto per valutare se fosse il caso di approfondire la sua colichetta addominale.

Gli illustrai tutte le possibili ipotesi che spiegassero la condotta dei medici ma era irremovibile. Diventò sempre più difficile per me mantenere la calma dinanzi alle sue sconclusionate risposte.

D’un tratto, mi venne un terribile dubbio.

<< Ma sei un No Vax? >> chiesi, la voce tremante.

<< Si >>

Sentii un pugno alla bocca dello stomaco. Ma ormai dovevo approfondire.

Raccolsi tutto il coraggio che avevo, e gli feci l’ultima decisiva domanda:

<< Sei anche un terrapiattista? >>

<< Mmm, ammetto che ho qualche dubb…>>

Non riuscì a finire la frase. Non ricordo nemmeno cosa dissi dopo. Ululai una serie di epiteti irripetibili finchè non fui interrotta dalle sue grida a sovrastare le mie. Ma non erano grida di rabbia. Andrea urlava dal dolore.

Non capivo cosa fosse successo. Che nel corso dell’alterco l’avessi preso a sberle? No, purtroppo a guardarlo era apparentemente integro. Mi accorsi di un movimento a terra: Fluffy saltellava pericolosamente attorno alle sue caviglie scoperte (ovviamente era anche tipo da risvoltino).

<< Fluffy!!! Fuori dai maroni!!! >> continuava a gridare lui, in bilico su una gamba e tenendosi la caviglia ferita con le mani.

Mi resi conto che lei gli aveva simpaticamente morso il primo centimetro di carne raggiungibile. Avrei dovuto capire prima dal suo sguardo che stava covando qualcosa.

Capii che ormai eravamo una famiglia, io e Fluffy: quella presenza continua, invadente ed ignorante stava innervosendo lei tanto quanto me. Ma lei non aveva avuto nessuna voce in capitolo. Rimasi in silenzio ad aspettare che Six Pack si ricomponesse.

Quando tornò in possesso del suo abituale aplomb, mi disse minaccioso:

<< Ascolta però, se e quando verrai a vivere da me il coniglio va fuori nel balcone >>

Fu troppo.

Lo buttai immediatamente fuori casa senza nessuna pietà.

La mattina dopo, come al termine di ogni mia storia, ero impegnata in un ripulisti generale. Mi accorsi con costernazione che in giro c’erano fin troppe sue cose: pigiama tezenis, crema contorno occhi (sob), olio per la barba, intimo griffato, camicie da sera con incresciosi brillantini e cravatte di ricambio. Lasciai tutto alla reception della palestra, da quel momento in poi evitando scrupolosamente gli allenamenti del mercoledì.

Solo dopo tanti mesi presi consapevolezza di cosa mi disturbava davvero di Andrea: mi aveva palesemente ingannata. O mi ero spaventosamente sbagliata io, per l’ennesima volta. Lui e il suo six pack erano soltanto un bellissimo involucro. Dentro era vuoto, anzi peggio: pieno di falsi miti, perchè la cara vecchia scienza sarà forse pure efficace, ma sicuramente fuori moda. O comunque non abbastanza trendy per un six pack.

Tre cose fondamentali ho imparato da questa storia:

  1. Mai rimorchiare in un bagno turco
  2. Mai pensare di saperne di più del proprio istinto
  3. Mai sottovalutare i denti di un coniglio

Alla prossima amici!

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