Tekim | La Rubrica di Zarite91

Con un lungo salto all’indietro torniamo alla mia estate della quinta elementare.

La mia classe era composta da 19 elementi disposti in sequenza vandalica. Eravamo famosi nel nostro paese, ci chiamavano ‘’l’annata del 91’’. Il nostro unico merito? Quello di avere genitori particolarmente prolifici. Difatti, era ormai da decadi che non vi erano più di dieci parti all’anno per cui quel 91 esplosivo passò alla storia. Con il tempo acquisimmo più popolarità per faccende ancor meno edificanti, ma di questo parlerò in seguito.

Quell’estate era particolarmente importante per tutti noi per due motivi. Il primo, naturalmente, era che finalmente avevamo concluso il ciclo della scuola elementare. Con sollievo ci preparavamo alla fase successiva, non perchè eravamo particolarmente assetati di cultura ma semplicemente perchè non saremmo sopravvissuti un altro anno senza finire in un istituto minorile denunciati dalle nostre stesse maestre, ormai fisicamente e psicologicamente allo stremo. Il secondo motivo per cui quell’estate era diversa da tutte le altre era da ricondurre a delle strani voci che giravano in paese: pareva infatti che dovesse trasferirsi proprio in quel ridente sperduto buco montanaro una famiglia straniera. Le notizie arrivavano frammentarie e la sua esatta provenienza non si conosceva; si parlava di luoghi esotici che non avevamo mai sentito prima, si fantasticava su ipotetici componenti del nucleo, ci si dilettava inventando improbabili scenari che avevano come protagonisti quei nuovi misteriosi individui. C’era chi sosteneva che si trattasse di una ricca famiglia d’affari; qualcun altro era invece convinto che fossero affiliati della malavita calabrese. Noi ragazzini avevamo creato la versione più intrigante: erano sicuramente membri di una setta di spionaggio, giunti nel nostro paese scappando da ipotetici nemici.

L’unica notizia certa era che uno dei ragazzi avrebbe iniziato la prima media insieme a noi.

Con quella nuova, la nostra trepidazione arrivava alle stelle. Sopratutto perchè il famoso 91 era sì stato molto generoso, ma non aveva rispettato le statistiche demografiche essendo che la nostra classe era composta di soli 5 maschi. Oltretutto abbastanza deludenti. Capirete da soli come mai soprattutto noi ragazze eravamo particolarmente incuriosite.

Passò cosi Agosto, e infine arrivò Settembre. E con Settembre arrivò l’enigmatica famiglia.

Sapevamo dove avrebbero alloggiato perchè qualcuno in paese spifferò le trattative d’affitto. Si trattava di una casa situata lungo la via che portava a scuola, disabitata ormai da anni. Vantava un vicinato di tutto rispetto: proprio accanto viveva il signor Mario Mezzogiorno, soprannominato in questo modo per la sua capacità di indovinare l’orario esatto in base alla posizione del sole. In realtà, l’orario era l’unica cosa che fosse in grado di dire: non comunicava con gli esseri umani, ma solo con il sole e con i 15 gatti che convivevano con lui. A sinistra invece abitava il signor Aldo Tantosale, che francamente era un individuo incommentabile. Non saprei dire come avesse vinto questo soprannome, so soltanto che passava il suo tempo posseduto da una cleptomania selettiva per i rifiuti altrui: dopo aver racimolato in giro per il paese un sacco pieno di oggettistica a prima vista completamente inutile, se ne andava a spasso tutto il giorno stringendo gelosamente il suo tesoro. E ogni giorno ripeteva lo schema. Diventammo dei grandi esperti della routine di questi due signori in quanto passavamo una considerevole parte dei nostri pomeriggi a spiare la suddetta casa, nella speranza di vedere per primi i nuovi arrivati.

Da un giorno all’altro, le finestre si aprirono. Apparentemente i sovrannaturali individui erano riusciti a teletrasportarsi all’interno dell’abitazione, perchè la muraglia umana costituita da una decina di ragazzini vocianti sicuramente non li aveva visti passare.

Il mistero tuttavia non si risolse quel giorno come speravamo: gli abitanti, ormai alieni ai nostri occhi, continuavano a nascondersi in casa. A nulla servirono gli appostamenti nei vicoletti di fronte, a nulla le occhiate furtive verso le finestre. Qualcuno più coraggioso era persino arrivato a suonare il campanello e poi scappare, ma non c’era apparente segno di vita. Ormai rassegnati ad incontrare questo nuovo compagno direttamente a scuola, iniziammo a ridurre la sorveglianza.

Finalmente il fatidico primo giorno di scuola arrivò.

Eravamo già tutti seduti in classe, pronti nei nostri banchi. Ognuno si era seduto vicino all’amico del cuore, ben consapevole che sarebbe stata un’unione breve ma intensa: i nostri professori, pre-allertati dalle maestre elementari, avevano infatti deciso di combattere l’inciviltà dilagante separando le compagnie più affiatate tramite la temuta estrazione dei banchi.

Entrò la professoressa Conte, quella che successivamente sarebbe diventata il nostro bersaglio preferito.

<< Lui è Tekim >> disse. Entrò un ragazzo alto, molto magro, dall’aria dimessa. Mi colpì immediatamente la sua espressione sconfitta, come se fosse diretto al patibolo, gli occhi a terra.

In realtà poi capii che si stava preparando a tutto quello che avrebbe dovuto sopportare.

Alle parole della professoressa scoppiò una fragorosa risata generale. Che razza di nome era, si chiedevano tutti.

Purtroppo, come atteso, per Tekim l’essersi trasferito in un posto come Pamezzo fu una vera e propria sventura. Tutte le nostre fantasie caddero nel vuoto: la realtà era molto meno entusiasmante di come l’avevamo immaginata. Tekim e la sua famiglia provenivano dall’Albania, e dopo aver latitato per diverse cittadine italiane avevano deciso di spostarsi in un posto un pò piu tranquillo. Aveva due sorelle più grandi che avrebbero frequentato le scuole superiori nella vicina Solimo. Suo padre avrebbe fatto il muratore per una delle nostre imprese locali. Non c’era nessun paese esotico, nessun lavoro stravagante. E soprattutto non c’era nessun mistero: probabilmente si nascondevano da quella manica di mini-psicopatici che li spiavano tutto il giorno.

Avevamo praticamente passato l’estate a girare un film che era solo nelle nostre teste. La vita umile di Tekim non gli fu perdonata.

Subì i peggiori bullismi, le più crudeli prese in giro, gli scherzi più disumani. Non aveva neanche un amico. A peggiorare la situazione c’erano le sue difficoltà con la lingua italiana – con le consonanti doppie in particolare modo – che portava spesso anche i professori ad umiliarlo involontariamente, spazientiti. Il suo atteggiamento triste e stoico nella sopportazione era quasi un trigger per gli altri maschi, spiazzati da un essere umano che non si difendeva.

Noi ragazze eravamo impietosite e cercavamo per quanto possibile di prendere sempre le sue difese, all’inizio più timorosamente ed in seguito proteggendolo spudoratamente. Con il tempo imparammo a conoscerlo: era dolce, gentile e anche simpatico, ma solo tanto tanto spaventato.

Personalmente avevo sentimenti contrastanti: mi spezzava il cuore vedere come era maltrattato, ma d’altra parte ero segretamente felice che non fossi più io con la mia di esoticità il loro bersaglio. Tekim era praticamente diventato il mio scudo umano.

Passarono cosi i successivi tre anni; con l’intervento salvifico e paziente di noi ragazze il bullismo nei confronti di Tekim, all’inizio vergognosamente sfrenato, iniziò a scemare fino a trasformarsi in una sorta di bonaria presa in giro. I ragazzi ormai lo consideravano quasi come la loro mascotte. Addirittura il suo carnefice principale, Luca, si trasformò nel suo migliore amico e confidente. Per quanto riguarda la sua famiglia, anche le sue sorelle riuscirono a conquistare i cuori di una comitiva ed una di loro addirittura si fidanzò con un ragazzo del paese. I genitori restavano tuttavia un pò a margine, ancora insicuri e sospettosi.

Frequentavamo ormai la terza media.

Si vede che una volta che non era più occupato a difendersi, Tekim iniziò a guardarsi intorno. E probabilmente, intento in questa nuova interessante operazione, mi notò.

La mia gentilezza doveva avergli confuso le idee: Tekim iniziò a manifestare la sua ammirazione nei miei confronti, dapprima molto timidamente, poi in maniera sempre più sfacciata.

Inizialmente lo ignorai, confusa. Poi iniziò ad assalirmi la disperazione: ecco che mi vedevo di nuovo nel mirino. E difatti cosi accadde: a quanto pare il fatto che fossi oggetto di desiderio di questo essere strano confermava e rafforzava tutte le loro teorie sulla mia di stranezza.

Potevamo essere anche tutti amici, ma nè io nè Tekim saremmo mai stati uno di loro, e questo non dovevamo mai dimenticarlo. Diventai furiosa, sopratutto con lui. Mi sentii profondamente tradita. Come aveva potuto farmi questo?Dopo che l’avevo difeso ad oltranza, gli avevo voluto bene, avevo sofferto con lui i maltrattamenti, l’avevo aiutato ad integrarsi. Come aveva potuto invaghirsi di me suscitando, come era previsto, l’ilarità generale?Dopo diversi anni in cui ero riuscita a vivere tranquilla nell’ombra, avevo di nuovo tutti i riflettori puntati addosso. Iniziai ad essere cattiva e sgradevole con Tekim, forse ancor più dei suoi precedenti aguzzini. Pensavo che se l’avessi trattato male, non gli sarei più piaciuta e sarei tornata alla mia vita dietro le quinte quanto prima.

I miei calcoli furono sbagliati: ottenni proprio la risposta contraria.

Tekim era smarrito e con grande dispiacere notavo quanto fosse addolorato, ma avevo fatto la mia scelta. Non sapendo più come riconquistare la mia simpatia, pensò bene di chiedere consiglio agli altri nostri compagni di classe: l’agnello che candidamente si dirige verso la tana dei lupi chiedendo indicazioni, ecco. Figuratevi se dei ragazzi 13enni annoiati non aspettavano altro. Ottenne svariati consigli il cui obiettivo finale implicito era soltanto una parola: umiliazione. Umiliazione a catinelle. E stavolta non si sarebbero nemmeno dovuti sforzare più di tanto, avrebbe fatto tutto Tekim per loro.

Lo convinsero del fatto che fossi una ragazza impressionabile con gesta eroiche. Insomma, più avrebbe fatto qualcosa di assolutamente notevole, più io sarei caduta ai suoi piedi. Più sarebbe stato scenico, maggiori sarebbero state le probabilità di successo.

Tekim si mise a lavoro. La prese molto seriamente, facendosi aiutare nella sua maestosa opera soltanto dal suo più fedele amico, l’ex bullo numero 1, Luca. Passò qualche settimana in cui i due erano impegnati come delle formiche operaie.

Tutti ci chiedevamo cosa facessero, ma in realtà non osavamo sapere la risposta. Arrivò l’ultimo giorno di scuola, un’ora del quale era impegnata in un’assemblea di classe. Di solito, qualcuno faceva finta di redigere un verbale mentre il resto della scolaresca si lanciava addosso la qualunque. Questa volta era diverso, c’era una strana atmosfera. Ad una prima apparenza sembrava tranquilla, ma in realtà era una calma esplosiva. Noi ragazze eravamo in fondo all’aula a chiacchierare, quando ci accorgemmo che i ragazzi erano tutti via. Ma dove si erano cacciati?Ci chiedevamo tutte. Mah. Continuammo a farci i fatti nostri, dando ogni tanto una mano a scrivere il famoso verbale.

Ad un tratto rientrarono tutti insieme, carichi e sghignazzanti. Avevano tramato qualcosa. Tutte li guardavano incuriosite, aspettando di vedere quale cretinata avevano partorito.

Io no, io ero atterrita. Me lo sentivo che mi riguardava in prima persona. Purtroppo a un certo punto inizi ad essere in grado di capire quando sta per arrivarti una pallonata. Mi guardavano indicandomi e sorridendo con sguardi di intesa. Tekim dal canto suo sembrava prepararsi ad un grande evento, emozionato. Si era persino messo una camicia nuova. Iniziarono ad intuire qualcosa anche le ragazze, visto che ormai l’affezione di Tekim nei miei confronti non era più un mistero.

Mi sentii sprofondare.

Ad un certo punto Luca ci richiamò all’ordine battendo le mani: << Silenzio per favore. Ascoltate tutti. Tekim ora deve fare un annuncio importante >>

Tutti mi guardarono.

Oh no. No no no no no.

Tekim avanzò coraggioso verso il centro della classe, tenendo in mano quella che sembrava una sorta di pergamena.

<< Grazia, tu mi piaci molto. E dunque io ho composto una poesia per te >>, disse.

Volevo morire.

Lesse solenne, srotolando il foglio: << Grazia, io senza di te sono come una rosa senza spine…>>

L’intera classe scoppiò in una risata incontenibile.

<<…sono come una chitarra senza corda…>>

Altre risate. Gente a caso che mi indicava. Iniziavo ad avere le lacrime agli occhi.

<<…come una penna senza inchiostro…>>

Ormai la confusione era a livelli esagerati. Capannelli di persone iniziarono ad affacciarsi dalle altre classi, qualcuno si avvicinò accomodandosi per assistere alla scena.

<< …la terra senza il Sole…>>

Adesso stavano osservando ridendo anche i bidelli. E qualche professore!

E nessuno muoveva un dito. Ero sconvolta e furente.

Ormai piangevo, tremante di rabbia. Le mie amiche mi davano deboli pacche sulle spalle in segno consolatorio, ma di fatto non riuscivano a trattenere le risa. Sicuramente avevano sottovalutato quanto fossi fuori di me.

<<…e un bagno senza sciacquone.>>

Le risate divennero urla. Gli spettatori completamente galvanizzati, esplosero in un applauso scrosciante. Tekim si inchinò soddisfatto e trionfante. I ragazzi che lo avevano aiutato discutevano tra loro cercando di accaparrarsi una fetta di merito, rivendicando la paternità di alcuni versi.

La bolgia si arrestò d’improvviso quanto mi alzai dal mio posto, piangente. Tutti si voltarono a guardarmi.

Mi avvicinai a passo svelto verso Tekim. Mi fermai e guardandolo in viso gridai:

<< Io ti odio!!! >>.

Non soddisfatta lo schiaffeggiai sulla guancia, prima di allontanarmi spintonando la folla e correndo verso il bagno.

In lontananza sentii che finalmente era arrivato qualcuno degno di un minimo di autorità. Il professor De Laicis urlava più arrabbiato di me, se fosse stato possibile:

<< Ok basta, spettacolo finito. Via, via tutti! >>

Con la coda dell’occhio vidi la massa disperdersi, prima di chiudere la porta e restare nascosta per l’ora successiva.

Non ci furono grosse conseguenze quel giorno: fummo puniti con l’ennesima e ultima nota di classe e menzione d’onore per Tekim.

Non gli parlai più: dopo l’episodio della poesia il nostro dialogo era diventato solo oculare, riducendosi a scambi di occhiate supplichevoli da parte sua e furenti da parte mia.

Inoltre la scuola era finita e con essa anche le occasioni quotidiane di incontro, con mio grande sollievo.

Non era tuttavia una grande estate: eravamo tristi e spiazzati. 11 anni di scuola con le stesse persone non si dimenticano facilmente, e sembrava improponibile finire una classe diversa da quella.

Qualcosa tuttavia la rese ancora più triste.

Durante una serata calda ed indolente ci accorgemmo che la casa di Tekim era tornata a serrande chiuse, come tre anni prima. Chiedemmo informazioni ai signori Mario e Aldo, ma a domanda precisa ci risposero rispettivamente ‘’le quattro’’ e ‘’il carillon’’. Pensammo che magari Tekim e la sua famiglia erano andati in vacanza e non ci preoccupammo più di tanto. Passarono i giorni, le settimane e infine i mesi. Iniziammo ad indagare, senza successo. Io mi tenevo nelle retrovie della situazione, non avevo intenzione di ripetere gli stessi errori. Infine qualcuno riuscì a recuperare un numero di telefono e parlò direttamente con Tekim. Ci comunicò che era iniziata come una vacanza, ma alla fine avevano deciso di lasciare il paese per sempre. In fondo non avevano legami. Pensavano di trasferirsi a Firenze adesso. Si rammaricava di non averci salutati ma era stato tutto così improvviso. Ci salutava e ci augurava buona fortuna.

‘’Fai bene a non tornare’’, fu l’unica cosa che riuscii a pensare.

Ci restammo tutti molto male, ma con l’inizio delle scuole superiori cambiammo scenario ed amici, e in poco tempo la storia di Tekim fu archiviata. Quando capita che ci troviamo tutti insieme non manchiamo mai di ricordarlo con simpatia tinta di qualche rimorso qua e là, ma sempre con grande affetto.

E ovviamente, sempre con la mitica poesia, i cui versi credo che nessuno di noi abbia ancora dimenticato. Io soprattutto, credo che li ricorderò per sempre.

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