Intervista al Mezzosoprano Eleonora Filipponi: “Tra una decina d’anni sogno di poter affrontare i ruoli verdiani mezzosopranili per antonomasia”

Salve Eleonora, la ringraziamo per aver accettato di essere
intervistata da muatyland.com, iniziamo chiedendole:
come e quando si è avvicinata allo studio della
Musica?

Buongiorno a tutti, grazie a voi! E’ un grande piacere. I miei genitori dicono che sono “nata cantando”, ma la vera promotrice del mio amore per la musica è stata mia nonna Verna, canadese, che dall’età di tre anni mi ha insegnato canzoncine in inglese e mi invitava a cantarle con lei. All’età di sette anni sono entrata nel coro “Mélos” di Montodine (CR), diretto da Marcello Palmieri e in un secondo momento dall’attuale direttore Luca Tommaseo, mentre tre anni dopo mi sono avvicinata allo studio del pianoforte, con la M. Raffaella Serina e successivamente con il M. Enrico Tansini all’Istituto “Luigi Folcioni” di Crema (CR), conseguendo certificazioni di strumento all’ISSMClaudio Monteverdi” di Cremona e al Conservatorio “G. Nicolini” di Piacenza. Per anni mi sono dedicata soltanto al canto corale, passione che coltivo tutt’ora con una mia formazione di musica pop a cappella (The S.C.R.A.F.I.G.E) che rappresenta la mia fonte di “evasione” dalla musica classica, poi a quattordici anni mi sono avvicinata allo studio del canto, completato accademicamente nell’ottobre 2018 con un biennio di Laurea in Canto Lirico all’ISSM “Claudio Monteverdi” di Cremona, sotto la guida del M. Mario Luperi.


Quando è arrivato l’amore per l’Opera? Quando invece ha
capito che avrebbe voluto farne un lavoro?

Fin da bambina ho sempre ascoltato musica classica, poi a quattordici anni ho visto la mia prima opera lirica, “Aida” all’Arena di Verona, e mi sono letteralmente innamorata di questo mondo, del teatro e della magia che lo circondava. Contemporaneamente, dopo anni di coro, iniziavo i miei studi di canto solista con il M. Roberto Quintarelli, per poi proseguire con il mezzosoprano Nadiya Petrenko al Teatro Filodrammatici di Cremona, e, dopo aver conseguito una laurea magistrale in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere all’Università Cattolica di Milano, con il M. Mario Luperi all’ISSM “Claudio Monteverdi” di Cremona e con il celebre soprano Fiorenza Cedolins, con la quale mi perfeziono tuttora. Penso di aver sempre nutrito il desiderio di calcare un giorno il palcoscenico, ma soprattutto negli ultimi tre anni il lavoro intenso con i miei maestri e la determinazione nello studio mi hanno permesso di trasformare questo sogno in realtà e di fare dell’opera lirica il mio lavoro.


Quando si approccia ad un nuovo spartito, come organizza
lo studio dal punto di vista drammaturgico, interpretativo
e musicale? Come crede che questi fattori debbano
influenzarsi ed interagire tra loro per una migliore
esecuzione?

Quando mi viene chiesto di preparare un ruolo, la prima cosa che faccio è partire dal libretto, in modo tale da capire l’intreccio della storia e la collocazione del mio personaggio all’interno di questa. Successivamente, spartito alla mano, mi studio la parte con i miei maestri e, in un secondo momento, con il mio pianista, che mi aiuta a definire colori ed espressioni e a limare la visione psicologica e interpretativa del mio personaggio. Soltanto una volta terminato questo iter, mi piace confrontarmi con le registrazioni di grandi artiste, del passato e non solo, che hanno fatto del ruolo in questione una pietra miliare del loro repertorio.


Il suo ruolo preferito e perché? Quale ruolo invece le
piacerebbe affrontare in un prossimo futuro?

Come ogni mezzosoprano che si rispetti, il ruolo di Carmen è certamente tra i miei preferiti, tuttavia al primo posto mi sentirei di mettere Charlotte del Werther di Jules Massenet, ruolo che ho debuttato nell’aprile 2017 a Crema (CR), con la direzione musicale di Fabrizio Tallachini e la regia di Giordano Formenti. Fin dal primo ascolto sono rimasta folgorata dalla bellezza delle linee melodiche, nonché dalla complessità psicologica del personaggio. Filologicamente parlando, è una Lotte che in qualche modo si discosta dalla fonte letteraria di Goethe, dove la protagonista femminile si sente protetta dal giovane borghese Albert e i suoi sentimenti per Werther, veri o presunti che siano, non vengono ostentati palesemente. La Charlotte di Massenet invece, pur mantenendo integro il suo essere un “ange du devoir” e la sua maturità di donna poco più che ventenne che fa da mamma ai suoi fratellini, è combattuta tra la promessa fatta alla madre morente di sposare Albert e l’amore per Werther, puro e ideale, contrapposto a quello più diretto e “nevrotico” dell’uomo. Vero è che Charlotte deciderà di sposare Albert, ma è pur sempre vero che non dice mai apertamente di amarlo, se non con perifrasi elusive. Sebbene la discussione sulla reciprocità dell’amore tra i due giovani sia ancora oggetto di discussione, ai miei occhi Werther ama ed è a sua volta amato da Charlotte: questo emerge fin dal primo duetto del primo atto, dove la tensione amorosa è talmente tangibile da coinvolgere lo spettatore nel tourbillon di emozioni dei due protagonisti, per poi essere confessato apertamente nel duetto del quarto atto, con Werther già morente. Amo molto questo personaggio, perché seppur non sia stato facile entrare nella sua complessità psicologico-emotiva, mi ha permesso di maturare non solo come artista ma anche come persona. Tra una decina d’anni sogno di poter affrontare i ruoli verdiani mezzosopranili per antonomasia, prime fra tutte Azucena (Trovatore) e Amneris (Aida), ma in un futuro più prossimo mi piacerebbe studiare per intero il ruolo di Romeo da I Capuleti e Montecchi di Vincenzo Bellini e il ruolo di Cenerentola di Gioacchino Rossini: entrambi sono in odore di debutto per la prossima stagione….ma per scaramanzia meglio non dire nulla! 🙂


C’è un ruolo che è stato particolarmente ostico ad un primo
approccio, ma che poi le ha dato grandi soddisfazioni?

A mio avviso, ogni ruolo, dal più piccolo al più grande, presenta le sue difficoltà, vocali e interpretative. Tra quelli debuttati finora, un ruolo che inizialmente mi risultava particolarmente ostico era quello di Isabella da Italiana in Algeri: non ritenevo infatti la mia voce sufficientemente agile per affrontare i virtuosismi rossiniani, e anche sul piano interpretativo temevo di non essere all’altezza delle varie sfaccettature psicologiche del mio personaggio, delineato da Rossini e dal librettista Angelo Anelli come una donna forte, decisa e determinata. Tuttavia, grazie al lavoro tecnico di quasi un anno e a un’analisi approfondita del personaggio, per la quale ho fatto ricorso anche a un lavoro introspettivo sulla mia personalità, il debutto, andato in scena il 12 maggio a Crema (CR), è stato un grande successo di critica e di pubblico, e adesso non vedo l’ora di riportare la mia Isabella sul palcoscenico!


Opera preferita? Ha un autore che sente più affine a se?

In realtà non ho un’opera preferita, più che altro ho una “top four” che metto sullo stesso piano: Gianni Schicchi (G. Puccini), Rigoletto (G. Verdi), Carmen (G. Bizet) e Werther (J. Massenet), tutte opere che mi hanno letteralmente conquistato ancora prima che cominciassi a studiarle. Penso che crescendo e sviluppando la maturità vocale e artistica necessaria i ruoli verdiani si presteranno molto bene alla mia vocalità, ma finora gli autori che sento più affini e vicini a me sono Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, con il loro stile belcantista che permette di lavorare sull’omogeneità e i colori della voce.


Come descriverebbe la sua vocalità?

Bellissima domanda, sicuramente di non facile risposta, vista anche la mia età (26 anni) che mi consente ancora un ampio margine di crescita e maturazione vocale. Seppur inizialmente mi sono approcciata a ruoli più sopranili, con l’età e l’intensificazione dello studio è emerso come la mia vocalità fosse quella tipica di mezzosoprano drammatico, con qualche sporadica incursione nel repertorio contraltile (Smeton dall’Anna Bolena, Isabella da Italiana in Algeri e, in futuro, Cenerentola) consentita dalla timbrica, dalla rotondità, dal colore scuro e dalla media agilità della mia voce, che ben si prestano a questo tipo di ruoli.



Qual è l’artista vivente che stima di più e perché? E da quale
mito del passato si sente maggiormente ispirata?

E’ difficile rispondere con un solo nome, perché per quanto riguarda il repertorio più affine alla mia vocalità il panorama operistico attuale è ricco di mezzosoprani che stimo particolarmente, da un punto di vista vocale e scenico: a gusto personale, mi piacciono molto Kate Aldrich, Sophie Koch e Jamie Barton, senza dimenticare le “nostre” Anna Maria Chiuri, Anna Caterina Antonacci, quest’ultima più tendente all’ “ibrido” sopranile, e la grande Cecilia Bartoli, uno dei primi “motori propulsori” del mio amore per questo mondo. Tuttavia, in fase di studio ricorro frequentemente all’ascolto di mezzosoprani del passato che mi hanno fortemente ispirata: in primis la straordinaria Giulietta Simionato, di cui amo la rotondità della voce e la finezza nel cesellare i ruoli, ma anche Fiorenza Cossotto, Lucia Valentini Terrani e Elena Obraztsova, molto diverse tra loro ma tutte ugualmente annoverate fra i più grandi mezzosoprani della storia.


Quali appuntamenti occuperanno il suo calendario
prossimamente, può darci qualche anticipazione?

Da ieri (4 agosto) sono all’OpernFest di Praga, dove sarò in tour per una settimana con una serie di concerti e audizioni per i maggiori teatri della Repubblica Ceca. Successivamente, sarò Flora in un allestimento di Traviata per il Montecatini Opera Festival e tornerò a vestire i panni di Dorabella al Teatro Martinetti di Garlasco, ma ci sono anche progetti in definizione tra Germania e Austria, dove un mese fa ho partecipato a due produzioni (Gianni Schicchi e Suor Angelica) alla Kammeroper di Vienna. Fino a dicembre sarò inoltre allieva effettiva della Belcanto Academy di Levico Terme (TN), con la direzione artistica e musicale di Francesca Micarelli e Massimo Lambertini, un’esperienza che da febbraio a questa parte ha contribuito notevolmente alla mia crescita artistica.


Quali aspettative ha per il futuro? Come si vede da qui a 10
anni?

Sia la mia indole che il mio carattere mi consentono di vivere “alla giornata”, lasciandomi sorprendere da un futuro che mi auguro sarà pieno di musica e di soddisfazioni, sul palcoscenico così come nella vita privata. Lo scrittore Antonio Aschiarolo diceva che “a chi crede nei sogni, basta un gradino per raggiungere le stelle”: io al mio sogno ci credo, così come credo nel mio impegno e nella mia determinazione per realizzarlo, e spero tra dieci anni di essere ancora sul palcoscenico e soprattutto di continuare a far emozionare la gente, aspetto per me di fondamentale importanza. Dodici anni fa vidi Aida all’Arena di Verona: dato che sognare è lecito, chissà di non poter debuttare la mia Amneris proprio lì… 🙂

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