“Io e Annie” Film che non smetterò di rivedere

Io e Annie

Ricordo la prima volta che vidi questo film: il giorno seguente cercai un gilet da uomo e una cravatta ma non ebbi il coraggio di uscire così. Rimasi affascinata dai look androgini della Keaton e dalla naturalezza con cui riusciva ad essere sofisticata. Oggi si direbbe #effortlesschic (chic senza sforzo) per indicare quel tipo di eleganza sui social.
Mi appassionai ad entrambi i personaggi e all’atmosfera di quella NY anni settanta con il mito della psicanalisi e della cultura ad ogni costo. Una NY alleniana, certamente: la sua New York.

Uno degli indiscussi capolavori di Woody Allen, girato e interpretato nel 1977 al fianco della fedele compagna di palcoscenico Diane Keaton. 4 Oscar: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista.
Dialoghi e monologhi brillanti si insinuano tra le scene senza quasi lasciare il tempo di coglierne ogni luccichio. E’ un film per affamati di ironia e disillusione combattuta e riabbracciata, è un film per chi non si accontenta delle spiegazioni razionali e naturalmente per chi apprezza nel cinema quell’esasperata componente personale che Allen, come pochi inserisce.
Storia d’amore? Sicuramente. Ma di quelle vere, che considerano gli anni e i cambiamenti, il ribaltamento dei ruoli, la dipendenza e l’indipendenza.
La tenerezza iniziale con cui una Keaton impacciata e insicura si approccia ad Alvy (Allen) è spiazzante. Quante ragazze carine o persino belle avrebbero una tale difficoltà? Oggi forse molto poche, perché la facciata è il salvagente al quale si aggrappano i rapporti superficiali. Quante/i di voi alla prima uscita mostrerebbero le proprie difficoltà emotive e non solo? Certo, non sempre ci si trova dinnanzi uno con 10 anni di psicanalisi alle spalle che oltre a non scandalizzarsi, comprende. Ma tutto questo implica anche un atto di coraggio.
Un coraggio che dovrebbe essere un istinto: quello di mostrare se stessi ad un altro essere umano che per qualche oscura ragione ci piace.

La storia di Annie e Alvy parte sbilanciata: lui, comico e scrittore per la tv innamorato della sua città; lei, aspirante fotografa con poca fiducia nelle sue capacità e in se stessa. Dalle poche scene d’amore non si inquadra a pieno il legame che li unisce: marcia indietro tipicamente maschile anticipa una crescita personale di lei che sboccia grazie al fantasma della presenza di Alvy. Come in molte storie, il tempo passa e quello che si credeva di non volere diventa indispensabile. Così i ruoli si ribaltano, gli scontri aumentano e si paga quello per cui non si era abbastanza pronti o coraggiosi.
Insomma quasi un classico ma con sfaccettature e interrogativi che è raro trovare. Coglieteli tutti e ponetevi domande: non siamo predestinati alla vita che conduciamo adesso.

Alvy : – Dopo di che si fece molto tardi, dovevamo scappare tutti e due. Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era e di quanto fosse divertente solo conoscerla. E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm e pazzi e assurdi, ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova. –

La ricerca continua, seppur fallibile, di rapporti umani autentici è forse il motivo per cui molti di noi ancora non si sono fatti internare e continuano ad amare la follia apparente che sovrasta uno dei più grandi bisogni umani.

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