Ci sono pagine capaci di farsi vento, capaci di soffiare sulle certezze del presente per risvegliare la memoria di un passato rimasto troppo a lungo nell’ombra. È il caso di “Bentu Malu” (Catartica Edizioni), il potente romanzo storico di Luca Tolu che ci trasporta nella Sardegna del biennio 1861-1862. All’indomani dell’Unificazione d’Italia, mentre la neonata nazione cerca di imporre i propri codici e la propria burocrazia, l’isola diventa il palcoscenico di uno scontro silenzioso e lacerante tra la legge scritta dello Stato sabaudo e il codice non scritto, secolare e identitario, delle comunità locali. Al centro di questo affresco, il dramma della famiglia Angius e del piccolo Elias si dipana come un’opera tesa tra finzione narrativa e rigorosa verosimiglianza antropologica. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con l’autore per comprendere le radici di questa storia, l’uso curato dell’idioma locale e la genesi di quel “vento cattivo” che dà il titolo al libro e che scuote l’anima dei suoi protagonisti. Ecco cosa ci ha raccontato.
Bentu malu è ambientato tra il 1861 e il 1862, subito dopo l’Unificazione d’Italia: un momento di transizione in cui i nuovi codici dello Stato sabaudo si scontrano con le leggi non scritte e secolari della comunità sarda. Da professore di diritto ed economia, quanto ha influito la tua formazione professionale nella scelta e nella ricostruzione di questo specifico scontro culturale e politico?
Ha influito profondamente. Da insegnante di diritto sono abituato a riflettere sul rapporto tra norma e società, e questo romanzo nasce proprio dall’interesse per ciò che accade quando un nuovo ordinamento si innesta su una comunità che da secoli vive secondo regole, valori e consuetudini differenti. In Sardegna, nel pieno del processo di costruzione dello Stato unitario, non cambia soltanto la legge: cambia il modo stesso di concepire la giustizia, l’autorità e il rapporto tra individuo e comunità. Mi interessava raccontare quel momento di frattura in cui il mondo de su connottu entra in collisione con istituzioni calate dall’alto. È uno scontro giuridico, ma prima ancora sociale, culturale e antropologico.
La storia ruota attorno al dramma della famiglia Angius e del piccolo Elias. C’è un fatto di cronaca dell’epoca, un racconto tramandato o un documento d’archivio particolare che ha dato il via alla creazione di questa vicenda, o i personaggi sono nati interamente dalla tua immaginazione?
I personaggi e la vicenda sono interamente frutto dell’immaginazione. Non volevo romanzare un singolo fatto di cronaca, ma costruire una storia che fosse pienamente verosimile all’interno di quel contesto storico. Naturalmente il romanzo poggia su un intenso lavoro di ricerca: usi, costumi, lingua, rapporti sociali, mentalità e dinamiche dell’epoca sono stati ricostruiti attraverso fonti storiche e studi antropologici. La finzione narrativa diventa così uno strumento per raccontare una verità storica e antropologica più ampia di quella che potrebbe emergere dalla ricostruzione di un singolo episodio realmente accaduto. Se posso usare la metafora di un dipinto: il soggetto è frutto dell’immaginazione dell’autore, ma lo sfondo e la cornice sono ricostruiti con il massimo rigore storico e antropologico.
Quanto è stato importante per te mantenere l’uso dell’idioma locale per preservare l’anima dei personaggi, nonostante potesse rappresentare inizialmente una sfida per i lettori non sardi?
Era fondamentale. Sarebbe stato poco credibile immaginare dei sardi del Campidano del 1861 che dialogassero tra loro in italiano. Per gran parte della popolazione, l’italiano era ancora una lingua distante, mentre il sardo era la lingua della vita quotidiana, degli affetti e dei conflitti. Per questo la voce narrante è in italiano, mentre molti dialoghi sono in sardo, cercando una parlata il più possibile autentica. Non l’ho mai vissuta come una barriera per il lettore, ma come uno strumento per permettergli di entrare davvero in quel mondo e respirarne l’atmosfera.
Il bentu malu (il vento cattivo) dà il titolo al romanzo e soffia su tutta la narrazione come un personaggio a sé stante. Nella cultura profonda della Sardegna di metà Ottocento, cos’era esattamente questo vento cattivo? Rappresenta più la vendetta interiore o l’oppressione che arrivava dal mare, dal nuovo potere costituito?
Nel romanzo il bentu malu è volutamente un simbolo aperto. È certamente il vento delle vendette, dell’odio e delle tragedie che attraversano i personaggi, ma è anche il vento del cambiamento storico. Porta con sé nuovi codici, nuovi poteri e un diverso modo di leggere il mondo, mettendo in crisi equilibri che sembravano immutabili. È una forza che mette alla prova la capacità di resistenza di un popolo. Più che suggerire un’unica interpretazione, mi interessava che il lettore percepisse questo vento come una presenza che investe tanto le coscienze individuali quanto l’intera comunità.
Dopo un affresco storico così potente e un’accoglienza così calorosa da parte dei lettori, stai già lavorando a una nuova storia ambientata in questa terra o hai intenzione di esplorare altre epoche e contesti geografici?
Le idee non mancano. Devo soltanto trovare il modo giusto per unirle e trasformarle in una nuova storia. Posso dire che continueranno a muoversi nello stesso contesto storico e geografico di Bentu malu. L’Ottocento sardo è un periodo ancora ricchissimo di vicende poco conosciute e credo che il romanzo storico sia uno degli strumenti più efficaci per restituirne la complessità, appassionando il lettore senza rinunciare al rigore della ricostruzione storica.
Qual è il messaggio di speranza o la lezione di resilienza che ti auguri i lettori possano fare propria dopo aver chiuso l’ultima pagina del tuo romanzo?
Mi auguro che il lettore comprenda quanto sia importante conoscere le proprie radici per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza. Bentu malu non è un invito a rifugiarsi nella nostalgia. La modernità era inevitabile e nessuna società può restare immobile. La vera sfida è non subire il cambiamento, ma diventarne protagonisti, custodendo ciò che di più autentico appartiene alla propria identità. È una riflessione che nasce dalla storia della Sardegna, ma che credo possa parlare a tutte le comunità chiamate a confrontarsi con trasformazioni profonde.
Con “Bentu Malu”, Luca Tolu non si limita a confezionare un romanzo storico di impeccabile rigore, ma ci consegna una riflessione universale sul valore dell’identità e sulla complessità dei mutamenti sociali, ricordandoci che il progresso non dovrebbe mai tradursi in una cancellazione delle proprie radici. Rivolgiamo un ringraziamento speciale a Luca Tolu per la straordinaria disponibilità e per aver condiviso con noi la genesi e i segreti di un’opera così densa di significato, capace di far respirare al lettore l’aria autentica della Sardegna dell’Ottocento. Ringraziamo inoltre Catartica Edizioni per aver creduto in una voce narrativa così nitida e potente, in grado di trasformare la memoria storica in grande letteratura.
