Cosa succederebbe se, svuotando la casa della propria infanzia, ci si imbattesse in segreti in grado di demolire ogni certezza sul passato dei nostri genitori? È da questo interrogativo profondo e universale che prende vita Vite sconosciute, l’ultimo romanzo di Rinaldo Pinna edito da Catartica Edizioni. Definito dallo stesso autore un “thriller familiare psicologico“, il libro trascina il lettore nel viaggio destabilizzante di Iacopo, un uomo comune che si trova a fare i conti con verità taciute e stanze della memoria rimaste chiuse per decenni. Scrittore, musicista e uomo di teatro, Rinaldo Pinna si definisce uno “scrittattore” per la sua capacità di calarsi anima e corpo nei panni dei suoi personaggi, offrendoci in questa intervista una riflessione intima sul delicato equilibrio tra il bisogno di scoprire la verità e il sacro diritto all’oblio all’interno dei legami familiari. Ecco cosa ci ha raccontato.
C’è stato un momento preciso, magari uno sgombero reale, un vecchio documento ritrovato o un racconto, che ha fatto scattare in te l’idea di Vite sconosciute?
L’idea narrativa nasce due anni fa. Mia mamma aveva avuto un ictus e aveva una età tale che sarebbe deceduta entro breve. Mi immaginavo mentre svuotavo casa natia. Cosa avrei potuto trovare in quegli armadi vecchi di 70 anni che hanno visto nascere me e i miei fratelli e sorelle? Mi sono portato avanti inventando una storia.
E’ davvero utile e necessario scoprire ogni singolo segreto dei genitori? Da autore, che risposta ti sei dato scrivendo questa storia? Esiste un “diritto all’oblio” anche all’interno dei legami familiari?
Avendo già scritto altri due romanzi centrati su aspetti psicologici dei protagonisti ho disegnato Iacopo con la I piano piano. Io mi considero uno scrittattore. Termine coniato da me per definirmi in una parola . Un po’ scrittore e un po’ attore. Vengo da esperienze di teatro sperimentale degli anni settanta e sono musicista. Come gli attori ho bisogno di mettermi nei panni del protagonista per assumere le sue sembianze e descrivermi . E per questo scrivo sempre in prima persona. Alimentando sempre dubbi di autobiografia. Ciò premesso rispondo alla seconda domanda dicendo che non bisogna assolutamente scavare troppo nel passato dei genitori. C’è un diritto all oblio. Ma non lo sapevo, l’ho capito alla fine del romanzo. È stato Iacopo a portarmi a questa conclusione. Cioè a bruciare tutto poi quello che ho trovato nella casa di mia mamma. Deceduta Due anni dopo aver iniziato il romanzo.
Il doppiofondo del mobile è l’espediente fisico che scatena il viaggio di Iacopo. Nella vita reale, secondo te, qual è di solito il grilletto che fa crollare le certezze sul nostro passato?
Io non ho trovato un doppiofondo nella casa di mia mamma. Ho trovato cose normali conservate ma che riguardavano più me ( vecchi diari, fogli, lettere adolescenziali scritte alla prima fidanzatina di allora ecc ) sorprendendomi su come siamo così diversi da quello che eravamo tanti anni prima. Così i miei genitori sicuramente. Cresciamo e non siamo più gli stessi. Per questo stare sul passato, nostro e degli altri, può nuocere. Certo ci dice molto. Ma poi il ponte va fatto saltare in aria perché ci impedisce di andare avanti. Come dice bene la frase di Nansen che apre il romanzo.
Iacopo è un uomo comune (un bancario quarantenne, separato) che viene travolto da qualcosa di straordinario e destabilizzante. Come è nato questo personaggio e perché hai scelto proprio questa fase della sua vita per fargli affrontare il passato?
Il personaggio, come già detto, è nato mettendo insieme le personalità di tre ragazzi che ho conosciuto nella mia adolescenza. Il fatto di fargli bruciare auto era necessario per permettermi di parlare ancora degli anni settanta e ottanta. Del terrorismo di quegli anni e dei suoi emuli. Ogni giorno arrivavano ai telefoni dei centralini di polizia e carabinieri decine di rivendicazioni di piccole e grandi sigle terroristiche. Avevano recensito ben 400 sigle politiche . Iacopo potrebbe essere un personaggio ancora non descritto del mio primo romanzo “venticinque garofani rossi” del 2021, ambientato tra i giovani di quegli anni, vittime, in questo caso, di eroina e aids.
Il viaggio di Iacopo tocca anche il ricordo di un’adolescenza inquieta. Quanto c’è di generazionale o di personale in questa inquietudine giovanile che racconti?
Non c’è nulla di personale in Iacopo. Spesso il fatto di scrivere in prima persona identifica l’autore con il suo personaggio. Capita spesso che nelle presentazioni mi chiedano se racconto storie mie personali. Anche per il mio secondo libro edito da Catartica Edizioni dal titolo “Il paradosso della coda. “Ma no. Anche se c’è molto di me e delle mie esperienze realmente vissute. Ma non sono io. Ho avuto e ho una vita intensa e ho tanto da raccontare, ma mi piace inventare le storie. Più divertente e stimolante che raccontare la mia vita. Sono molto legato alla generazione del ‘77 italiano. Alla sua musica. Ho vissuto da ragazzino quegli anni straordinari. Psichedelici. Sono convinto che non c’è ancora nessuno, me compreso, che l’ha descritta bene. Neppure il cinema.
Se dovessi descrivere Vite sconosciute a un lettore che ancora non ti conosce usando solo tre parole chiave, quali sceglieresti?
Vite sconosciute in tre parole mi viene male. Non ho il dono della sintesi. Il mio editor mi ha contenuto molto. Il romanzo in origine era molto più lungo. E abbiamo lavorato sulla sintesi. Ma diciamo che questo libro è un “thriller familiare psicologico. “ ed è curioso sentire come i lettori hanno interpretato la fine. Ognuno di loro con una teoria conclusiva diversa
C’è già una nuova storia nel tuo cassetto (magari un nuovo libro) o nel tuo prossimo futuro la musica tornerà a prendere il sopravvento?
Visto i tempi dell’editoria mi porto avanti. Sto già scrivendo un nuovo romanzo influenzato dai quadri urbani di Hopper. Il titolo è: il destino delle galline tristi. Questa volta indosso i panni di un conducente di autobus notturno di una qualsiasi città italiana. Quest’uomo, dal carattere cupo e scuro fa sempre lo stesso giro, quasi ogni notte. Con la luna o con la pioggia. Guida in automatico il mezzo, e il suo enorme parabrezza diventa lo schermo di un film dove rivede tutta la sua vita passare. Mentre, con lo specchio retrovisore interno, vede e scruta con curiosità e pensieri infantili, i passeggeri. Con un finale inatteso. E alle presentazioni mi immagino già che mi chiederanno se è autobiografico. Nel frattempo insegno musica di insieme in una piccola scuola.
L’indagine psicologica di Rinaldo Pinna in Vite sconosciute non si limita a raccontare una storia, ma scuote le fondamenta dei nostri stessi ricordi, lasciando al lettore il compito (e la libertà) di interpretare un finale denso ed enigmatico. Ringraziamo calorosamente l’autore per essersi concesso a questa chiacchierata, per aver condiviso con noi la genesi così personale ed emotiva del romanzo e per averci regalato uno sguardo in anteprima sul suo prossimo e suggestivo progetto letterario. Non ci resta che augurargli il meglio per le sue note musicali e per le sue future pagine, certi che, ancora una volta, saprà catturarci con la sua straordinaria capacità di inventare e abitare le storie.
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