Ernesto Battistini è stato un militante delle Brigate Rosse dal ’75 al ’78. Dopo la sua scarcerazione decide di scrivere un memoriale con l’intento di riabilitarsi agli occhi della società, è l’occasione per fare un viaggio a ritroso negli anni della lotta armata. Il memoriale attraversa il sofferto e rocambolesco ingresso nelle BR, i delitti, i ferimenti, la missione da infiltrato all’università e gli amori clandestini. sempre in bilico fra due vite, quella onesta di operaio e figlio amorevole e quella criminale di combattente rivoluzionario, sarà costretto suo malgrado ad entrare in clandestinità alla morte della madre. Il sogno di entrare nelle Brigate Rosse si realizza quando trova il modo per far parte del commando che a Genova uccise il Giudice Coco. Siamo nel giugno del 1976. Da questo omicidio in poi, Ernesto diventerà sempre più braccio armato e mente dell’organizzazione. Nelle BR Ernesto troverà anche l’amore.
Titolo: Diario di un brigatista, Romanzo di una lotta armata 1975-1977
Autore: Davide Carrozza
Editore: Edizioni Clandestine, Santelli editore
Genere: Romanzo storico
Data pubblicazione: 13 Giugno 2025
Voto: 3,75/5
Acquista su Amazon -> #Linkaffiliato
Recensione
Ben ritrovati a tutti, cari lettori. Oggi torno a scrivervi per presentarvi un’interessante novità editoriale nata dalla collaborazione con Santelli Editore e pubblicata nel catalogo Edizioni Clandestine. Si tratta di “Diario di un brigatista. Romanzo di una lotta armata 1975-1977”, l’ultima opera di Davide Carrozza, approdata in libreria nel giugno del 2025.
Il romanzo segue le vicende di Ernesto Battistini, militante delle Brigate Rosse tra il 1975 e il 1978. Attraverso un memoriale scritto dopo la scarcerazione, il protagonista ripercorre il suo ingresso sofferto nell’organizzazione, la doppia vita divisa tra l’etica del lavoro in fabbrica e la violenza della lotta armata, fino alla scelta della clandestinità. Il fulcro della sua ascesa criminale coincide con il giugno del 1976, quando partecipa all’attentato contro il giudice Coco a Genova, un evento che lo trasformerà definitivamente in un elemento chiave della colonna brigatista.
Leggere questo romanzo storico, che tratta ferite ancora così aperte della nostra cronaca, è stato per me un viaggio destabilizzante. L’autore sceglie di dare voce a un personaggio fittizio, ma lo ancora a un fatto tragicamente reale: l’uccisione del giudice Coco. Questa scelta narrativa, in cui il protagonista parla in prima persona filtrando ogni evento attraverso i propri occhi, crea una vicinanza con il “male” che mi ha colta impreparata.
Ciò che ha reso la lettura quasi dolorosa è stato un legame personale inaspettato. Il libro si chiude con una lettera che Ernesto indirizza al figlio del giudice. Io quel figlio lo conosco, seppur di vista: è stato un docente del Conservatorio dove ho studiato. Ricordo il suo viso, il suono della sua voce, i discorsi sulla musica e la sua profonda cultura.
Questo dualismo tra finzione e realtà ha generato in me un forte attrito: da un lato la ricostruzione storica di un personaggio inventato, dall’altro la concretezza di una vittima di cui posso richiamare alla mente i tratti umani.
Mi chiedo come si possa davvero penetrare la mente di chi ha pianificato simili atrocità, ma devo riconoscere all’autore la capacità di aver reso bene la natura scissa del protagonista: l’operaio che si prende cura della madre o che aiuta una donna con la valigia in treno, lo stesso treno che lo sta portando a compiere un omicidio. È un testo che non ho ancora del tutto digerito; forse solo il tempo mi permetterà di elaborare la complessità di queste pagine.
L’omicidio di Francesco Coco, avvenuto a Genova l’8 giugno 1976, rappresenta lo spartiacque definitivo degli Anni di Piombo: fu il primo attacco letale pianificato dalle Brigate Rosse contro un alto rappresentante dello Stato. Con l’agguato di salita Santa Brigida, l’organizzazione abbandonò i sequestri dimostrativi per passare all’annientamento fisico degli avversari. Coco, che anni prima si era opposto allo scambio di prigionieri per il caso Sossi, divenne il simbolo dell’intransigenza da abbattere.
La spietatezza dell’azione non risparmiò la scorta: insieme al magistrato caddero il brigadiere Giovanni Saponara e l’appuntato Antioco Deiana, a dimostrazione che le BR erano ormai una macchina militare pronta a colpire chiunque difendesse le istituzioni. La rivendicazione fu altrettanto feroce: mentre a Torino si celebrava il processo ai capi storici, i brigatisti detenuti celebrarono l’eccidio nell’aula bunker, definendolo un “atto di giustizia proletaria”. Fu il segnale che, nonostante gli arresti, la lotta armata era entrata in una fase di guerra civile senza ritorno. Quel dualismo tra vita quotidiana e violenza ideologica, che nel romanzo appare quasi surreale, divenne da quel momento la tragica e concreta realtà di un’intera nazione.
In definitiva, questo libro lascia addosso una sensazione di irrisolto, un peso che non si esaurisce con l’ultima pagina. È il disagio di chi si trova a fare i conti con una storia che non è solo inchiostro, ma carne e memoria. Sapere che la persona a cui il protagonista scrive è una persona reale, di cui ricordo la voce e la passione per la musica tra i corridoi del Conservatorio, rende la narrazione quasi insopportabile. Mi costringe a ricordare che dietro ogni “personaggio fittizio” e ogni “ideologia” si nascondono ferite che il tempo non ha ancora rimarginato. Forse è proprio questa la forza, o la crudeltà, di questo testo: costringerci a non dimenticare che, dietro la cronaca degli anni di piombo, restano gli uomini, i padri perduti e i figli che ancora oggi portano il peso di quel silenzio. Voto 3.75/5
