“Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer,” ha raccontato una volta Emmanuel Carrère “e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato”. All’inizio, infatti, il piccolo Nicolas ha tutta l’aria di un bambino normale. Anche se allo chalet in cui trascorrerà la settimana bianca ci arriva in macchina, portato dal padre, e non in pullman insieme ai compagni. E anche se, rispetto a loro, appare più chiuso, più fragile, più bisognoso di protezione. Ben presto, poi, scopriamo che le sue notti sono abitate da incubi, che di nascosto dai genitori legge un libro, dal quale è morbosamente attratto, intitolato Storie spaventose, e che, con una sorta di torbido compiacimento, insegue altre storie, partorite dalla sua fosca immaginazione: storie di assassini, di rapimenti, di orfanità. E sentiamo, con vaga ma crescente angoscia, che su di lui incombe un’oscura minaccia – quella che i suoi incubi possano, da un momento all’altro, assumere una forma reale, travolgendo ogni possibile difesa, condannandolo a vivere per sempre nell’inferno di quei mostri infantili. Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère – l’ultimo da lui scritto prima di scegliere una strada diversa dalla narrativa di invenzione.
Titolo: La settimana bianca
Autori: Emmanuel Carrère
Editore: Adelphi
Genere: Narrativa
Data pubblicazione: 11 Febbraio 2021
Voto: 2-/5
Acquista su Amazon -> #pubblicità
Recensione
Emmanuel Carrère è un autore francese piuttosto famoso, autore del romanzo L’avversario e di libri molto apprezzati come La settimana bianca. Ho scelto di leggere quest’ultimo per una questione logistica: poco tempo e lo span d’attenzione di un colapasta. Ammetto che le aspettative erano alte: mi aspettavo di andare sul sicuro, con un nome così risentito. Eppure, ancora una volta mi son resa conto di quanto poco il mio parere si incastri bene con quello del grande pubblico. Perché, qui lo dico: a me La settimana bianca non è piaciuto per niente.
Mi sento quasi in colpa, come se mi fossi macchiata di un’ignominia ingombrante, come se avessi preso a pugni un cucciolo di foca. Come possono non aver apprezzato quel che pare essere uno dei migliori libri di Carrère? Ve lo spiego subito.
Partiamo con la trama: Nicolas è un bambinetto timido, proveniente da una famiglia particolare. Il padre vende protesi e dispositivi medici ed è sempre in viaggio. La madre è taciturna, un’ombra che scivola da una stanza all’altra senza che te ne accorgi. Nicolas va in settimana bianca con la sua classe, una maestra, un paio di animatori e un sacco di timori infilati in tasca. Meglio se li lasciava in valigia, visto che se ne trova sprovvisto fin dal primo giorno! Infatti, questa rimane nel bagagliaio della macchina del padre, che ha insistito per accompagnarlo fin lì. Guai che viaggi come gli altri, sul pulmino. Questo ci fa già capire il bisogno di controllo che il genitore esercita sul figlio. La sua presenza è ingombrante e, anche quando è assente, la minaccia del padre genera in Nicolas apprensione e inquietudine.
Da qui in poi, a regola c’è un mistero che si dipana. L’ho cercato fino all’ultima pagina con il lanternino, senza trovarlo. Sì, perché non appena comprendi di trovarti davanti a un romanzo lento e riflessivo, una sorta di speculazione interiore del piccolo protagonista intervallata dai suoi voli pindarici (durano svariate pagine), capisci anche come va a finire la storia.
Non succede nulla, il che non sarebbe un problema. Ci sono libri lentissimi dove non accade niente che si leggono benissimo, che fanno riflettere o trattenere romantici sospiri per il lirismo della prosa. Mi dispiace dirlo, ma non ho trovato niente di tutto questo in Carrère. Solo tanta noia, e io che mi sforzavo di farmelo piacere ma che non vedevo l’ora che finisse, ‘sta settimana bianca. E poi, fortunatamente, è finita. Mi ha lasciato un vuoto vergognoso dentro. Ancora mi ripeto che forse è colpa mia, che non so apprezzare la grande letteratura. Vi giuro che mi sono impegnata a evidenziare i pregi di questo libricino: è corto, i pensieri del protagonista sono tristi ma profondi; tuttavia, non basta.
Voto: 2 -/5
