Federico García Lorca | L’Arrivo de La Barraca: Un Vortice di Blu e Frenesia #2

Sotto la direzione lungimirante di Federico García Lorca e Eduardo Ugarte, La Barraca si erge come un faro nella storia del teatro spagnolo, rappresentando un punto di riferimento fondamentale nel recupero e nella rivalutazione del teatro del Siglo de Oro. Nata con la nobile missione di diffondere l’arte drammatica in ogni angolo del paese, questa compagnia itinerante si distinse per il suo approccio rivoluzionario e profondamente democratico.

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Al cuore della filosofia de La Barraca risiedeva l’anonimato del cast. Ogni membro, infatti, era parte integrante di un collettivo coeso, dove non esistevano prime donne o protagonisti. Falegnami, studenti, attivisti di sinistra e di destra: tutti collaboravano con egual dedizione e passione, consapevoli che il successo della compagnia dipendesse dal contributo di ogni individuo.

Questa visione inclusiva si rifletteva anche nella scelta dei costumi: per gli uomini, una semplice tuta blu rappresentava l’uniformità e l’uguaglianza; per le donne, un abito bianco e blu simboleggiava la purezza e l’ideale di bellezza popolare.

Oltre a recitare, i membri de La Barraca si dedicavano a molteplici attività: scenografia, elettricità, allestimenti, trucco e persino l’autista, ognuno con competenze e talenti diversi che venivano messi al servizio della compagnia. Questa molteplicità di ruoli e la dedizione incondizionata di ogni barraco erano elementi essenziali per il successo della compagnia e per la realizzazione del suo ambizioso progetto di portare il teatro al popolo.

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La Barraca non era solo una compagnia teatrale, ma un vero e proprio movimento culturale che ha contribuito a democratizzare l’accesso all’arte e a promuovere valori di uguaglianza, collaborazione e impegno sociale. Il suo lascito rimane indelebile nella storia del teatro spagnolo, ispirando ancora oggi generazioni di artisti e operatori culturali.

L’arrivo de La Barraca in ogni paese era un evento elettrizzante. Un fiume di tute blu scendeva dai camion, conquistando la piazza con un’energia contagiosa. Sembrava un raduno di elettricisti operosi: chi si dedicava all’allestimento del palco di sei metri per otto, chi alle scenografie, chi all’impianto elettrico. Altri si affannavano a trovare un posto per un boccone o a cercare un alloggio per la notte. Le donne del posto, spesso ignare di cosa stesse accadendo, si ritrovavano ad offrire ospitalità, prestando due stanze separate per i maschi e le femmine, dove prepararsi per lo spettacolo.

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In mezzo a questo vortice di attività, Federico García Lorca e Eduardo Ugarte dirigevano il caos con entusiasmo e maestria. Il loro era un lavoro di squadra impeccabile, dove ogni individuo svolgeva un ruolo fondamentale. Tra la confusione, si sentiva spesso la voce di Federico risuonare: “Ugarte!”. E Ugarte, con la sua proverbiale prontezza, rispondeva: “Che c’è?”. Questo scambio divenne così frequente che ben presto si trasformò in un soprannome affettuoso per Ugarte: “Ugartechecè”, un nomignolo che racchiudeva in sé l’essenza del loro sodalizio e del loro instancabile lavoro.

La messa in scena de La Barraca era tutt’altro che ordinaria. Era un’esplosione di gioventù e sperimentazione, un rifiuto deciso dei canoni teatrali rigidi e compassati dell’epoca. La compagnia non si limitava a interpretare opere classiche, ma le reinterpretava con un’energia contagiosa e uno stile unico, infondendo nuova vita a testi immortali.

Lontani dall’opulenza e dall’ostentazione tipiche delle compagnie professionali, i membri de La Barraca privilegiavano un approccio essenziale e minimalista. Le scenografie erano semplici ma suggestive, spesso create con materiali di recupero e oggetti di uso quotidiano. I costumi erano funzionali e privi di fronzoli, permettendo agli attori di muoversi liberamente e di esprimere al meglio le loro emozioni.

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