Tra le pagine e l’anima: intervista esclusiva a Lea Bardi

C’è qualcosa di magico nel momento in cui una storia prende vita, staccandosi dalla mente di chi l’ha concepita per iniziare a camminare con le sue gambe nel mondo. Oggi abbiamo il piacere di ospitare sul nostro blog Lea Bardi, un’autrice capace di catturare le sfumature più autentiche delle emozioni umane e di tradurle in narrazioni che lasciano il segno. In questa chiacchierata ci racconterà qualcosa in più sul suo percorso, sul suo modo di intendere la scrittura e sui retroscena del suo ultimo lavoro letterario. Mettetevi comodi: buona lettura!

La protagonista lascia Genova nel 1980 con pochi soldi e un inglese incerto. Quanto è stato difficile raccontare quel misto di coraggio e vertigine che accompagna un “nuovo inizio” vissuto alla cieca?

È stato difficile perché, come si capisce già dal libro, a Genova mi sentivo stretta e per me era diventato sempre più difficile immaginare di continuare a vivere lì. Quando si è presentata la possibilità di lasciare la mia città e andare in un luogo che non conoscevo, ma che ai miei occhi appariva come una metropoli luminosa, importante e piena di possibilità, ho provato certamente una sorta di vertigine. C’era molta adrenalina, ma anche il timore di non farcela, di sentirmi respinta da una realtà completamente nuova.

Più che di coraggio, però, parlerei di un misto di vertigine e incoscienza. Sopra ogni cosa c’era la sensazione che rimanere sarebbe stato peggio che partire. Credo che questo emerga bene alla fine del capitolo ambientato in Italia, quando Lea sale sul treno per Londra dopo essere stata accompagnata alla stazione dai genitori. Mentre il treno si allontana, l’angoscia che l’aveva accompagnata fino a quel momento lascia improvvisamente spazio all’eccitazione, quasi alla gioia: la percezione molto forte che stia finalmente cominciando qualcosa di nuovo.

La protagonista condivide il nome con te, Lea. Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo d’esordio e dove comincia la magia della finzione letteraria?

Sì, nel romanzo c’è molto di autobiografico. Ho vissuto a Londra per un periodo anche più lungo di quello raccontato dalla protagonista, quindi inevitabilmente molti luoghi, atmosfere, sensazioni e dinamiche nascono da un’esperienza diretta.

Allo stesso tempo, però, Holloway Road non è un’autobiografia. Non tutti gli eventi raccontati sono accaduti a me personalmente: alcuni appartengono a persone che ho conosciuto, altri a situazioni che ho osservato da vicino. La finzione letteraria, per me, è stata proprio questa: prendere esperienze di origine diversa e fonderle in una narrazione unica e fluida, facendole diventare parte della storia di Lea.

È lì che, secondo me, comincia la magia della finzione: quando ciò che è stato vissuto direttamente e ciò che è stato visto attraverso gli altri smettono di essere episodi separati e diventano una storia nuova.

Come lavori sulla scrittura per rendere un’ambientazione così viva e tangibile?

Non ho un metodo particolare di lavoro sulla scrittura, anche perché Holloway Road è il mio primo romanzo. In passato avevo scritto soltanto racconti, quindi testi molto più brevi e con una struttura diversa.

Anche Holloway Road, in realtà, è nato come racconto. Era un testo di circa trenta o quaranta pagine che avevo scritto molti anni fa, dopo il mio ritorno da Londra, e che poi era rimasto nel cassetto. Nel corso del tempo ne avevo pubblicato qualche stralcio in forum o blog, ma senza rimettere davvero mano alla storia. Questa primavera ho deciso invece di riprenderlo e trasformarlo in un romanzo, ampliandolo e inserendo nuovi episodi.

La cosa più coinvolgente è stata tornare a quella storia quasi quarant’anni dopo, con uno sguardo completamente diverso. Ho potuto ripensare non solo agli anni londinesi, ma anche alla vita precedente a Genova, e inserire eventi e ricordi che si intrecciassero naturalmente con la narrazione.

Per quanto riguarda la scrittura, cerco soprattutto di essere semplice e di far arrivare al lettore quello che provo. Uno degli scopi del libro era proprio conservare la memoria di quel periodo e renderla condivisibile. Considero gli anni Ottanta in Inghilterra un decennio di enorme trasformazione politica, sociale e di costume, e averli vissuti in prima persona ha avuto un’importanza fondamentale nella mia formazione. Credo che, se non fossi andata a Londra, oggi sarei una persona molto diversa. Attraverso la scrittura volevo quindi cercare di far entrare anche il lettore in quelle sensazioni e in quel mondo.

Cosa significa, secondo te, scrivere un romanzo di formazione ambientato negli anni ’80 per i lettori di oggi? Quali messaggi o “inquietudini giovanili” resistono intatti nel tempo?

Per me significa soprattutto trasmettere a chi quegli anni non li ha vissuti l’atmosfera di un mondo che oggi praticamente non esiste più. La Londra dei primi anni Ottanta dava una sensazione di libertà difficilmente immaginabile oggi. Una delle cose che mi colpì di più fu proprio la quasi totale assenza della burocrazia nella vita quotidiana. Non esisteva una carta d’identità obbligatoria da portare con sé e nessuno viveva con l’idea di dover continuamente dimostrare chi fosse attraverso documenti, codici e certificazioni.

Anche il rapporto con la città era molto più libero. Esisteva, per esempio, una realtà molto diffusa di case occupate: si poteva entrare in un’abitazione del comune temporaneamente vuota e viverci senza incorrere in un reato penale.

Un altro aspetto fondamentale era che, grazie alla diffusione degli squat e a un sistema di welfare molto più accessibile, per molti giovani era concretamente possibile lasciare presto la famiglia e costruirsi una vita autonoma anche senza avere subito un lavoro stabile. Chi si trovava senza occupazione poteva contare sulla Social Security e su forme di sostegno economico e abitativo. Per me, che arrivavo dall’Italia, dove un’indipendenza di questo tipo per un giovane era praticamente impossibile da immaginare, era una differenza enorme: contribuiva alla sensazione che a Londra fosse davvero possibile cominciare una vita propria molto prima.

Ma soprattutto era una città attraversata da una fortissima spinta alla trasformazione. Il punk, per esempio, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione di molti giovani. Nasceva soprattutto dai ceti popolari ed era una ribellione contro un sistema percepito come rigido e classista. Dietro la provocazione dell’abbigliamento, delle creste e di certi comportamenti c’era anche il rifiuto delle convenzioni, del conformismo e dell’idea che il proprio destino dovesse essere determinato dalla classe sociale di provenienza.

Credo che proprio questa inquietudine sia ancora comprensibile ai giovani di oggi: il rifiuto di una vita già scritta, troppo ordinaria, costruita soltanto sulle regole e sulle aspettative degli altri. C’era il desiderio di cercare qualcosa di diverso, di inventarsi una propria identità e possibilmente una propria strada. Naturalmente non tutti potevano diventare artisti, musicisti o avere carriere straordinarie, ma quello che contava era la sensazione che fosse possibile provarci. Ed è forse questa spinta, più di ogni altra cosa, che volevo restituire nel romanzo.

Se dovessi descrivere la tua identità di autrice e questo tuo romanzo d’esordio usando solo tre parole, quali sceglieresti?

Curiosa, indipendente, osservatrice

Progetti futuri?

Mi piacerebbe scrivere un altro libro, ma vorrei ritrovare la stessa spinta che mi ha accompagnato con Holloway Road. Non vorrei scrivere tanto per scrivere: dovrebbe essere una storia capace di appassionarmi davvero. Per ora non ho ancora le idee chiare. Vedremo.

Siamo giunti al termine di questo bellissimo viaggio alla scoperta del mondo di Lea Bardi. Ringraziamo di cuore l’autrice per la sua straordinaria disponibilità, per la generosità con cui si è raccontata e per le Emozioni che continua a regalarci attraverso le sue parole. Un grazie speciale va anche a voi, cari lettori, che ci seguite sempre con tanto entusiasmo.

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