Quando il destino ti assegna un nome come Felice, la vita rischia di diventare una sfida dolorosa e paradossale. Lo sanno bene i fratelli Corona, cresciuti tra l’incanto severo delle Dolomiti e l’ombra di una famiglia spezzata, protetti soltanto dalla maestosità della natura e da una manciata di libri salvifici. Tra di loro c’è Felice: un ragazzo alto e fortissimo che nel 1968, ad neanche diciott’anni, parte per la Germania in cerca di fortuna con la promessa di tornare con dei regali per i fratelli. Un sogno d’avventura che si spegne tragicamente sul bordo di una piscina pochi mesi dopo.
A quasi sessant’anni da quella perdita insanabile, Mauro Corona pubblica Felice, una delle sue opere più intime, potenti e spietate. Nel silenzio della valle del Vajont, lo scrittore trova finalmente il coraggio di misurarsi con il fantasma del fratello scomparso, compiendo un gesto quasi orfico: varca la soglia del regno dei morti e dà voce a chi non c’è più.
Dall’aldilà, libero dalle sovrastrutture e costretto alla verità assoluta, Felice parla a Mauro senza sconti. Ne nasce un dialogo serrato, crudele e commovente, in cui i ricordi d’infanzia si intrecciano con la nostalgia per un futuro mai vissuto e con le domande che non hanno mai trovato risposta.
Tra l’asprezza della roccia e una dolcezza segreta e inaspettata, Mauro Corona regala ai lettori una meditazione profonda sul lutto, sul senso dell’assenza e sulla forza imperfetta della memoria familiare.
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