Cosa resta di noi quando le sovrastrutture sociali crollano e rimane solo l’evidenza della carne? In questa intervista esclusiva, incontriamo Antonio Roma, regista, sceneggiatore e autore che con il suo romanzo “Corpi” ha saputo tracciare un solco profondo nella narrativa contemporanea. Attraverso una scrittura che eredita la precisione della lente cinematografica e la fisicità del palcoscenico, Roma ci conduce in un viaggio privo di facili consolazioni, dove il contatto fisico non è sempre salvezza, ma spesso un lucido strumento di indagine sull’isolamento umano. Abbiamo dialogato con lui della genesi di quest’opera, del rapporto viscerale tra regia e prosa e della futura vita teatrale dei suoi personaggi. Intervista in collaborazione con Matilde Bella.
La sua carriera spazia tra regia, sceneggiatura e formazione teatrale. In che modo questa visione cinematografica ha influenzato la scrittura di Corpi? Ha visualizzato le scene come se si trovasse su un set prima di trasporle su carta?
Sì, visualizzo sempre prima di scrivere. Non è un metodo consapevole, è proprio come funziona la mia testa: vedo la scena, i corpi nello spazio, la luce che cade in un certo modo, e solo dopo cerco le parole. Con Corpi è successo in modo ancora più marcato del solito, forse perché il materiale era fisico per definizione. Mi trovavo a chiedermi: dove stanno questi due? Quanto distano? Chi si muove per primo? Il romanzo è pieno di regia inconscia, di indicazioni spaziali travestite da prosa.
Corpi è un titolo forte ed essenziale. Per Lei rappresenta l’unica cosa che resta quando le sovrastrutture sociali svaniscono, o indica piuttosto la distanza fisica che i suoi protagonisti non riescono a colmare?
Entrambe le cose, e non credo si escludano. Il corpo è l’unica evidenza che non si può negare – non puoi smettere di averlo, non puoi tradurlo, non puoi citarlo fuori contesto. Ma è anche la cosa che i miei personaggi usano come barricata. Si avvicinano, si toccano, e quella vicinanza non li salva. Anzi, a volte li isola di più. Il titolo è una domanda, non una risposta: cosa siamo, quando siamo solo questo?
È stato difficile per lei, come autore, resistere alla tentazione di offrire ai suoi personaggi una via d’uscita più rassicurante o luminosa?
Onestamente? No. E questa è forse la cosa che mi ha sorpreso di più mentre scrivevo. Non ho sentito quella tentazione – o meglio, l’ho sentita, ma veniva dall’esterno, da una voce che mi diceva “il lettore ha bisogno di respiro”. Poi ho deciso di non ascoltarla. Non perché voglia far del male a chi legge, ma perché ritengo che la consolazione facile sia una forma di mancanza di rispetto. I miei personaggi meritano la verità della loro situazione, non un’uscita di sicurezza che io avrei inventato per sentirmi meno responsabile.
Quando scrive un romanzo come Corpi, procede con una scaletta rigida, quasi fosse un canovaccio teatrale, o lascia che i personaggi prendano il sopravvento e la guidino verso direzioni inaspettate?
Ho sempre un’ossatura. Non posso farne a meno – viene dalla formazione teatrale, dal canovaccio, dalla necessità di sapere dove si va. Ma dentro quell’ossatura lascio deliberatamente delle zone di vuoto, dei momenti in cui non so ancora cosa succederà. Ed è lì che i personaggi prendono decisioni che non avevo previsto. Con Corpi c’è stata almeno una scena che mi ha stupito mentre la scrivevo – e quella l’ho tenuta così com’era, senza toccarla, perché sembrava più vera di qualsiasi cosa avessi pianificato.
Cosa spera che rimanga impresso nel lettore una volta conclusa la lettura? Preferirebbe che scaturisse un senso di liberazione o una sana inquietudine?
Inquietudine. Senza esitazione. La liberazione è bella, ma è spesso momentanea – uno scarico emotivo che si dissolve in fretta. L’inquietudine, quella giusta, quella che non è angoscia ma domanda, ti accompagna. Ti ritrovi a pensarci sotto la doccia tre giorni dopo. Ecco, vorrei che Corpi facesse questo: non lasciare in pace, ma in modo produttivo. Che il disagio diventi qualcosa su cui lavorare.
Quali sono gli autori che hanno formato la sua sensibilità di scrittore? C’è un libro in particolare a cui torna spesso quando sente il bisogno di ritrovare la rotta creativa?
Moravia e Morante sono presenze costanti in Corpi – non come citazioni esplicite, ma come atmosfera, come modo di stare dentro i personaggi senza giudicarli. Moravia per la lucidità quasi chirurgica con cui guarda i corpi e le relazioni, Morante per la capacità di tenere insieme il grande e il piccolo, la storia e l’intimità. Poi c’è Lorca, che per me è quasi una questione fisica – il modo in cui tratta il desiderio e il destino come se fossero la stessa cosa. E John Fante, che mi ha insegnato che si può essere spietati con sé stessi senza perdere il calore. Sono autori molto diversi tra loro, ma hanno tutti qualcosa in comune: non mentono mai ai loro personaggi.
Dopo Corpi, prevede che questi personaggi possano migrare verso il cinema o il teatro, o si sta già dedicando alla stesura di una storia completamente diversa?
Il passaggio al teatro è già avvenuto. Corpi è stato adattato per la scena da Rise Up, casa di produzione teatrale di Novara, ho firmato io la regia e ho interpretato Pietro – il che è stata un’esperienza particolare, mettere il corpo dentro una storia che avevo scritto con il corpo. Abbiamo fatto una data a Milano e due a Roma, incontrando in tutto circa cinquecento persone. Non è un numero enorme, ma è un numero vivo – e a teatro la differenza si sente. Ora stiamo lavorando a un riallestimento più ambizioso: l’idea è una tournée italiana che parta dal 2027. Fare le cose in grande, questa volta. Corpi non ha ancora finito di muoversi.
Ringraziamo sentitamente Antonio Roma per la generosità e la franchezza con cui si è concesso a queste domande. La sua visione, capace di unire la lucidità chirurgica di Moravia alla potenza tragica di Lorca, ci restituisce un’immagine della scrittura come atto di onestà estrema verso i propri personaggi e, di riflesso, verso i lettori. In attesa di veder tornare a vibrare questi “Corpi” sui palchi della tournée nazionale, non possiamo che interrogarci su quella sana inquietudine che solo le grandi storie sanno seminare.
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Ho letto il libro e visto la rappresentazione teatrale e onestamente posso dire che la parola che meglio li definisce entrambi è spettacolare. Trovo che l’autore innanzitutto scriva benissimo, perché quando si legge il romanzo sembra di essere insieme ai protagonisti, sembra quasi di viverli uno ad uno. Penso inoltre che questo romanzo sia stupendo quanto scomodo e non sia per tutti, o meglio non lo è per coloro che vogliono mettere la testa sotto la sabbia, facendo finta che quello che è raccontato all’interno di questo libro non sia quotidianità. Certo fa male rendersi conto che in ciascuno di noi c’è un pezzetto di ogni personaggio di CORPI. L’autore dal mio punto di vista è stato coraggioso perché ha scelto di scrivere qualcosa che sapeva non a tutti potesse piacere. Certo le storie a lieto fine sono quelle che ci piacciono di più, ma purtroppo la realtà non sempre o quasi mai lo è. Concludo dicendo grazie all’autore per aver lasciato cadere quel seme di riflessione. Sta a noi lettori decidere se annaffiarlo e farlo germogliare oppure no. Buona lettura.
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Grazie mille! Mi colpisce molto la tua analisi sul fatto che questo romanzo non sia ‘per tutti’. Hai ragione: ci vuole coraggio non solo per scrivere certe storie, ma anche per leggerle e accettare che la realtà superi spesso la fantasia in termini di durezza. Sono felice che l’immedesimazione con i protagonisti sia stata così forte, sia sulla pagina che a teatro. Grazie per il commento.
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Grazie a voi
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