La scelta di andare a vedere “Per il filo del ricatto” nasce spesso dal richiamo magnetico di un nome come Al Pacino, ma la realtà della sala restituisce un’esperienza molto diversa dalle aspettative del grande pubblico. Il fatto che il film sia distribuito quasi esclusivamente in piccoli cinema di periferia o richieda addirittura spostamenti fuori regione è il primo segnale di un’operazione che si discosta dai canoni del cinema commerciale contemporaneo. Chi si aspetta di vedere l’attore dominare la scena rimarrà deluso, poiché la sua presenza è limitata a un cameo. Tuttavia, la qualità resta altissima, specialmente in un intenso monologo telefonico con il rapitore che brilla per intensità drammatica, confermando che a un fuoriclasse bastano pochi minuti per lasciare il segno.
La trama affonda le radici in una storia vera e mette in scena il dramma di un uomo che, sentendosi umiliato e truffato da una società di prestiti, decide di farsi giustizia da solo. Il suo piano prevede l’uso di un fucile collegato a un ingranaggio di fil di ferro da stringere al collo del suo aguzzino, ma il destino vuole che la vittima designata, interpretata appunto da Al Pacino, non sia in ufficio quel giorno. Al suo posto c’è il figlio, che diventa l’ostaggio ignaro di una vicenda che si sposta rapidamente dalle mura aziendali a una casa circondata da esplosivi e pattugliata dalla polizia.
L’elemento più singolare della pellicola è la sua veste estetica. Girato con una tecnica che imita perfettamente i film degli anni Settanta, il lungometraggio trasmette la sensazione di trovarsi davanti a una vecchia pellicola d’archivio o a una docuserie d’epoca. Questa scelta stilistica, pur essendo affascinante per i cinefili, contribuisce a un ritmo che molti potrebbero definire piatto. La tensione non esplode mai del tutto e la narrazione procede in modo lineare verso un finale che lo spettatore intuisce facilmente.
In definitiva, il film appare più come una riflessione sulla dignità calpestata e sulla disperazione umana che come un thriller d’azione. È un’opera consigliata esclusivamente a chi apprezza le ricostruzioni storiche e l’estetica retrò, a patto di accettare che il grande divo in locandina sia solo un’ombra prestigiosa sullo sfondo di una vicenda molto più cruda e reale.
