PAIN esplora con profonda sensibilità psicologica il confine sottile che separa l’elaborazione del lutto dall’ossessione scientifica. Il protagonista, James, vive prigioniero di un passato che non riesce a lasciare andare, nel disperato tentativo di sconfiggere la Morte non solo attraverso la ricerca medica sul virus Trepet 21, ma cercando di sovvertire le leggi della fisica stessa tramite il viaggio nel tempo.
L’opera intreccia tematiche universali e toccanti, partendo dalla scienza come strumento di rivalsa contro l’inevitabilità della fine, fino a toccare corde più intime come il “sacrificio invisibile” della figura materna. Quest’ultima viene descritta come la cornice silenziosa che sostiene l’intero contesto familiare, spesso ignorata a causa di una tragica cecità emotiva. In questo scenario, il dolore diventa un “cane feroce”: una metafora potente di un lutto che, se nutrito costantemente, finisce per sbranare la vita di chi resta.
Il messaggio centrale del romanzo è un invito all’accettazione e alla presenza consapevole. Attraverso il Professor Penson, l’opera chiarisce che la vera vittoria sulla Morte non risiede nella resurrezione o nella manipolazione del tempo — atti che distruggerebbero l’equilibrio universale — ma nella capacità di vivere pienamente il presente.
James apprende che il passato è immutabile e che l’unico modo autentico per onorare chi non c’è più è riempire l’intervallo tra la nascita e la morte offrendo il meglio di sé ai vivi. L’autore spinge così il lettore a riflettere su quanto spesso diventiamo “fantasmi” per i nostri cari a causa di vecchi rancori, esortandoci a riconoscere e celebrare l’amore quotidiano prima che sia troppo tardi.
