Benvenuti alla prima tappa del Blog Tour dedicato a “Portare il fuoco”, l’atteso ritorno di Dario Neron edito da La Corte Editore. Oggi ci immergiamo nel cuore pulsante e sanguinante della sidestory del romanzo, esplorando il motore immobile che muove Prada: la vendetta. Non parliamo di una semplice rivalsa, ma di un processo alchemico inverso che trasforma la luce in ombra. Prada era in origine una ragazza spensierata, una creatura fatta di amore e distrazione, finché un’aggressione brutale non ha tentato di cancellarla definitivamente dal mondo. Tuttavia, sopravvivere ha avuto un prezzo altissimo. Prada si ritrova a essere vittima due volte: prima dell’uomo che ha cercato di ucciderla e poi di se stessa, del mostro che ha dovuto nutrire e far crescere dentro di sé per riuscire a restare in piedi.
La sua è una vendetta bidirezionale che, mentre colpisce verso l’esterno, scava contemporaneamente un vuoto incolmabile all’interno. Questa metamorfosi viscerale ha deturpato il suo corpo e corrotto la sua anima, rendendo la ricerca del proprio carnefice l’unica e sola ragione di esistenza, un orizzonte oltre il quale non sembra esistere alcun futuro. La tragedia di Prada risiede proprio nella sua incapacità di immaginare un “dopo”. La vendetta è diventata per lei una divinità assoluta e manipolatrice, capace di ingannarla facendole credere che, una volta compiuta, possa esserci ancora spazio per la pace. In realtà, questo desiderio prepotente è destinato a consumare ogni residuo di umanità, inclusa la vita della sua stessa artefice.
Questa chiusura ermetica si manifesta con forza nel rapporto con Calipso. Nonostante l’innamoramento e le attenzioni della sua compagna di viaggio, Prada resta chiusa in una corazza emotiva impenetrabile. Il totale perdimento della protagonista è svelato proprio da questa incapacità di lasciarsi toccare: non può esserci spazio per la luce di un nuovo legame quando si è interamente dediti al culto del proprio dolore. Il destino, nelle pagine di Dario Neron, gioca poi con una crudeltà sopraffina, intrecciando la strada di Prada con quella di Neon. Quest’ultimo affronta un viaggio, sia fisico che interiore, che ne muta l’aspetto e l’aura fino a renderlo tragicamente simile all’aggressore originale.
Si compie così un paradosso atroce: la ricerca logorante della protagonista approda al più terribile degli errori, portandola a colpire l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Prada conclude il suo viaggio vivendo nella certezza di aver finalmente esaudito il proprio destino e ristabilito l’ordine, rimanendo però prigioniera di un inganno profondo. Ha ucciso un innocente, convinta di aver chiuso i conti con il passato. Questo tragico epilogo lascia il lettore con una riflessione amara sulla natura della giustizia personale: una forza che promette liberazione ma che spesso finisce per essere l’ultima, definitiva prigione che costruiamo per noi stessi.
Cosa ne pensate della figura di Prada? È possibile provare empatia per un personaggio che sceglie di farsi mostro pur di ottenere giustizia? Vi aspetto nei commenti per discuterne insieme!
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