C’è un momento preciso in cui le parole degli altri, quelle che leggiamo per piacere o che maneggiamo per mestiere, smettono di essere un riflesso e diventano un richiamo. Per Federica Abozzi, questo richiamo ha preso la forma di un taccuino color smeraldo.
Cagliaritana, classe 1984, Federica ha costruito la sua carriera sull’architettura della comunicazione: una laurea in Relazioni Internazionali, dieci anni nel settore turistico e oggi una realtà consolidata come copywriter freelance e recensitrice letteraria (collabora, tra le altre cose, con L’Unione Sarda). Eppure, nonostante la dimestichezza quotidiana con i testi, il suo vero “salto nel buio” è avvenuto lontano dagli schermi, tra le aule della scuola Fenysia di Firenze e il silenzio della scrittura manuale.
Con il suo romanzo d’esordio, Quaderni verdi (Catartica Edizioni), ci conduce in un viaggio che è geografico e interiore al tempo stesso. Seguendo le tracce della protagonista Vera, tra i binari per Firenze e la polvere del Cammino di Santiago, scopriamo che la scrittura non è solo un atto creativo, ma un rituale di riappropriazione del sé. In questa intervista, Federica ci racconta come ha trasformato le sue percezioni in narrativa, l’importanza di “sporcarsi le mani” con carta e penna e la bellezza di perdersi per poi, finalmente, ritrovarsi.
Federica, “Quaderni verdi” è il tuo esordio letterario. Nella vita sei una copywriter e hai studiato alla scuola Fenysia: quanto della tua esperienza professionale con le parole degli altri ha aiutato o, al contrario, ha ostacolato la ricerca della tua voce narrativa personale?
Nella vita recensisco anche libri e forse è stato proprio l’entrare in contatto con la bellezza della scrittura altrui che mi ha spinto a dare voce e corpo alla mia. Ogni scelta di parola, ogni accostamento tra una e l’altra ha sempre un significato e il confronto è sempre formativo, mai di ostacolo. Poi ci sta che la mia personale fantasia e desiderio di concentrarmi su una storia precisa prende il sopravvento e tutto scorre senza interferenze.
La protagonista, Vera, vive una metamorfosi profonda che parte da un treno per Firenze e arriva fino al Cammino di Santiago. C’è un evento scintilla nella tua vita reale che ha dato il via alla stesura di questo romanzo, o Vera è nata da un puro desiderio di esplorazione immaginaria?
Vera è arrivata a fine 2021, durante le festività e, soprattutto, dopo che avevo espresso il desiderio a me stessa di volermi mettere in gioco con qualcosa che fosse di mia creazione, dopo tante letture di altri. Ho ripreso con la mia passione per la scrittura in seguito alla pandemia e dopo aver lasciato un lavoro di circa dieci anni, in un’azienda turistica. Il mio salto nel buio è stato riprendere il mio tempo e ritrovare me stessa. Come Vera ha trovato il suo quaderno, io ho preso il mio e iniziato a lasciar fluire. Quaderni verdi tanto parla di me, in chiave romanzata e in aspetti celati: non posso negare di aver attinto alle mie percezioni, ai miei desideri, alle mie esperienze vissute. La fantasia, poi, ha colorato il tutto.
Parliamo di abitudini: sei una scrittrice metodica che segue una scaletta rigorosa o ti lasci guidare dal flusso, proprio come Vera si lascia guidare dai suoi viaggi? Hai dei rituali particolari quando ti siedi a scrivere?
L’idea creativa di solito, in me, si organizza nella mente, scena dopo scena, un divenire con una destinazione possibile ma che si definisce, in maniera chiara, solo scrivendo. Mi lascio trasportare anche da ciò che osservo, che ascolto, che mi suggestiona. Scrivo rigorosamente su carta e con penna: mi piace toccare i fogli, correggere, prendere appunti e vedere la storia che si forma. La parte tecnologica, di trasferimento su PC, arriva a progetto finito.
Quaderni verdi è scritto, per davvero, su un grande quadernone verde che ho acchiappato proprio quando Vera è arrivata a farmi compagnia.
Scrivo, soprattutto, in notturna perché la notte è il mio tempo preferito. Spesso, lascio in sottofondo un film horror o psicologico che mi tenga sulle spine: uno scenario inusuale, forse, ma per ora la mia situazione tipica può identificarsi in questo.
Il titolo e l’oggetto simbolo sono i taccuini smeraldo. In un’epoca dominata dal digitale, tu rivendichi il valore della carta e della penna. Che potere magico attribuisci alla scrittura manuale nel processo di fioritura personale?
Amo la carta, le penne, lo sfoglio delle pagine e rileggere ogni passo della storia. In un certo senso, è come se non ci fossero filtri nel mio processo creativo e questo mi fa sentire immersa nel progetto di scrittura. Porto sempre con me un taccuino, non si sa mai in cosa posso inciampare, magari qualche stuzzicante chiacchierata o qualche gesto buffo. Qualsiasi cosa possa attirare la mia attenzione può essere di aiuto alla fase creativa.
Ogni scrittore è prima di tutto un grande lettore. Quali sono gli autori o le autrici che hanno formato la tua sensibilità letteraria e a cui senti di dovere qualcosa per la nascita di questo romanzo?
La lettura, la concepisco come trasporto verso l’altro, verso l’oltre da me. Questo aspetto è fondamentale per ritrovarmi ma anche per alimentare la creatività e lasciarla agire. Per questo devo ringraziare la lettura in sé: l’occasione di buttarmi nella mischia con la mia voce, la mia penna e desiderare di far parte della lettura di qualcuno. Quanto alle mie preferenze posso dire che mi lego ai libri, agli stimoli che mi regalano. Se devo fare dei nomi di autori precisi, cito sempre Carlos Ruiz Zafón. I suoi romanzi mi hanno accompagnato per anni, dall’adolescenza all’età adulta. Ricerco, spesso, la sua capacità di inabissarsi nelle atmosfere cupe. Di lui ho amato il suo voler scrivere per tutte le generazioni. Credo sia uno scopo virtuoso.
Il mio libro del cuore è, però, Il Canto di Natale di Dickens. Anche in questo caso, l’ombra umana è curata e lascia percepizioni su cui ragionare. Altri titoli classici a me cari sono Lo strano caso del Dottor Jekill and Mr.Hide (per lo scontro tra il bene e il male), Alice nel Paese delle Meraviglie (per il suo mondo sottosopra), Dieci piccoli indiani (per la finezza dell’intreccio). Mi incuriosisce la psicologia umana nei romanzi e le epoche passate. Apprezzo le storie delicate e di rivalsa, soprattutto quando devo ritrovare la leggerezza. Sono una insospettabile lettrice di Gleen Cooper e sto riscoprendo i classici dell’horror e del gotico. La lettura è pura energia!
Se un lettore dovesse conservare una sola emozione o un solo pensiero dopo aver chiuso l’ultima pagina di “Quaderni verdi”, cosa spereresti che fosse? Cosa vorresti che restasse addosso a chi ti legge?
Quaderni verdi è stato scritto per l’urgenza di trasmettere positività, quella leggerezza che è un riacchiappare se stessi e il proprio tempo. Vorrei aver suscitato nel lettore il desiderio di compiere il proprio salto nel buio e lasciarsi sorprendere dal chissà e magari aver invogliato a visitare qualche luogo dove ha girovagato Vera.
Dopo questo primo traguardo con Catartica Edizioni, quali sono i tuoi progetti futuri? C’è già un altro quaderno (magari di un altro colore) che sta aspettando di essere riempito con una nuova storia?
Il mio secondo romanzo è scritto su un altro quaderno, con una copertina diversa e ingrossato da fogli che raccontano una storia, una protagonista nuova e un’ambientazione inusuale ma speciale per me.
In questo periodo, grazie a Catartica Edizione e al suo progetto dedicato alla Palestina, un mio racconto dal titolo Vestito di polvere è parte dell’Antologia Il Sole alato, Racconti e Poesie di solidarietà. Il ricavato del libro vanno in buona parte all’Associazione Ponti non muri che si occupa proprio di far pervenire i fondi in Palestina. Una iniziativa che condivido con altri 19 autori della casa editrice e che rappresenta quanto la scrittura possa fare bene a chi la fa e a chi la riceve.
Poi la fantasia non si ferma mai e i progetti in cantiere sono diversi, anche su generi diversi. Questo è elettrizzante per me!
L’incontro con Federica ci lascia con una certezza preziosa: la scrittura, quella vera, non è mai un percorso rettilineo, ma un sentiero che si svela passo dopo passo, proprio come i cammini che racconta nelle sue pagine. Dalle atmosfere gotiche di Zafón alle notti insonni passate a riempire fogli di carta, la sua voce emerge con una chiarezza che invita al coraggio e alla gentilezza verso i propri desideri.
Ringraziamo Federica per averci aperto il suo mondo “analogico” e per averci ricordato che, a volte, per scrivere la propria storia non serve un piano perfetto, ma solo un buon quaderno e la voglia di lasciar fluire l’inchiostro. In attesa di scoprire quale nuovo colore vestirà il suo prossimo romanzo, non ci resta che seguire il suo consiglio: lasciarsi sorprendere dal “chissà” e, magari, ricominciare a scrivere a mano.
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Quanto conta ritrovare il proprio tempo in un mondo che corre? Ho analizzato il viaggio interiore di Vera e la penna di Federica Abozzi. Leggi la mia recensione completa di ‘Quaderni verdi’ qui
