Oggi vorrei condividere con voi una riflessione nata da alcuni episodi recenti. Si parla spesso del rapporto tra professori, studenti e genitori, e di come questo equilibrio sia profondamente cambiato rispetto a soli dieci anni fa. Vi racconto due episodi: nel primo sono stata spettatrice, nel secondo protagonista.
Primo episodio: La “verità” della figlia contro quella della docente
Come sapete, le nuove direttive scolastiche vietano l’uso dei cellulari a scuola. Alcuni istituti predispongono apposite postazioni per la consegna, altri si affidano alla buona volontà degli alunni. In una scuola media, una collega ha sorpreso una studentessa a scrollare su TikTok durante la lezione. Come da regolamento, il telefono è stato requisito e consegnato in custodia al collaboratore scolastico, affinché fosse riconsegnato solo a un genitore.
Fin qui, la prassi. Il paradosso inizia quando arriva la madre. La ragazza, con un’ostinazione quasi isterica, sostiene che il cellulare le sia stato sottratto non in classe, ma sul portone d’uscita. Una versione assurda che la madre, invece di mettere in dubbio, ha immediatamente sposato: “Se te lo ha preso lì non va bene, non eri in classe, non poteva requisirtelo”.
Ciò che mi ha lasciata basita è la totale svalutazione della figura del docente. Un tempo la parola dell’insegnante era legge; oggi la versione di un adolescente, per quanto palesemente inventata, ha più peso della testimonianza di un professionista. La madre se n’è andata promettendo battaglia, convinta che la figlia fosse vittima di un sopruso.
Secondo episodio: Quando l’evidenza non basta
Poche ore dopo, mi sono trovata protagonista di una dinamica simile nella mia quinta elementare. Da giorni un’alunna manifestava un’insolita insofferenza verso il compagno di banco, accusandolo di “disturbarla” o “occupare il suo spazio” anche quando il bambino era immobile. Si tratta di una forma di gelosia verso chi, a suo dire, riceve più attenzioni, e che lei manifesta a turno contro diversi compagni.
Dopo aver assistito a spintoni immotivati, ho deciso di spostare i banchi: la mediazione e l’educazione affettiva, di cui molti si riempiono la bocca, non stavano dando frutti. La reazione? La bambina ha scagliato un libro contro il compagno. Ripresa da me e da un’altra collega, ha negato l’evidenza con una sicurezza agghiacciante: “Non è vero, non mi sono comportata male, lo dirò a mia mamma perché siete ingiuste e non mi rispettate”.
Una battaglia contro i mulini a vento
Mi chiedo: come può un bambino, colto in fallo da due insegnanti e davanti a tutta la classe, pretendere di avere ragione confidando nel fatto che il genitore crederà ciecamente alla sua versione? Come può una figura di riferimento educare se la sua autorità è nulla e non viene riconosciuta né dagli alunni né dalle famiglie?
Come dice una mia collega, sembra di combattere contro i mulini a vento. È una fatica che logora la passione che mettiamo ogni giorno in aula. Entrambi gli episodi coinvolgono studenti di origine straniera, e lo sottolineo non per pregiudizio, ma per evidenziare la complessità dei contesti in cui ci troviamo a mediare quotidianamente. Alla mia epoca, se avessi fatto una cosa del genere, mi sarei sotterrata per la vergogna. Oggi, invece, noi insegnanti siamo in trincea, privi di scudi e spesso sotto il fuoco amico delle famiglie.
Questi episodi non sono casi isolati, ma sintomi di una frattura profonda nel patto educativo che un tempo legava scuola e famiglia. Quando il genitore smette di essere un alleato e si trasforma nel “sindacato” dei figli, a perdere non è l’insegnante, ma il bambino stesso. Privato del limite e del senso di responsabilità per le proprie azioni, il giovane cresce nell’illusione che la realtà possa essere piegata a proprio piacimento, purché si urli abbastanza forte o si trovi un complice disposto a credere all’incredibile.
Se non permettiamo ai ragazzi di confrontarsi con l’errore e con la sanzione, stiamo togliendo loro lo specchio necessario per capire chi sono. Difendere l’indifendibile non è un gesto d’amore: è un atto di abbandono educativo. Un bambino che non impara a dire “ho sbagliato” sarà un adulto che non saprà mai assumersi le proprie responsabilità nella società. La sfida che abbiamo davanti è titanica. Non si tratta solo di far rispettare un regolamento sull’uso dei cellulari o di gestire i capricci di una quinta elementare; si tratta di decidere quale valore vogliamo dare alla verità e all’autorevolezza.
Una chiamata alla corresponsabilità: Non possiamo continuare a vivere la scuola come una trincea. Abbiamo bisogno che le famiglie tornino a fidarsi della nostra professionalità, non perché siamo infallibili, ma perché condividiamo lo stesso obiettivo: la crescita dei loro figli. Dobbiamo chiederci, come comunità: siamo pronti a rimettere al centro il rispetto per chi educa? O preferiamo continuare a combattere contro i mulini a vento, mentre i nostri ragazzi si perdono in una realtà dove non esistono più regole, ma solo versioni dei fatti?
Forse è tempo di abbandonare le reciproche diffidenze e ricominciare a parlarci davvero. Ma perché questo accada, serve un presupposto fondamentale: riconoscere che la scuola non è un servizio clienti dove ‘il cliente ha sempre ragione’, ma una palestra di vita dove, a volte, un ‘no’ o una nota sono le lezioni più preziose che si possano ricevere.
