Certe tratte di viaggio richiedono un compromesso con il caos, ma ce ne sono altre in cui la ricerca della tranquillità diventa una priorità. Per questo, quando posso, scelgo l’Alta Velocità e la prima classe: non è per snobismo, ma per il desiderio di abitare, anche solo per poche ore, un ambiente silenzioso e rarefatto.
Quel giorno, salendo sulla carrozza 1 del Frecciarossa, pregustavo già il piacere di una nuova lettura o la sfida metodica dei miei amati crucipuzzle. Un messaggio mi aveva avvertito di una riprogrammazione dei posti, ma il mio era confermato. Mi aspettavo, al massimo, qualche piccolo attrito tra passeggeri confusi dalle nuove assegnazioni; una banale questione di numeri e biglietti.
Invece, arrivata al mio sedile, la scena che mi si è parata davanti era ben diversa. Un uomo con felpa verde, capelli brizzolati, l’aria professionale di chi è immerso nel lavoro al PC, aveva trasformato il vagone nel suo salotto privato. Le scarpe da ginnastica erano a terra e i piedi, calzati solo dai calzini, poggiavano beatamente sul sedile di fronte (il mio).
Certo, chi frequenta i regionali sa che esiste di peggio: scarpe infangate direttamente sulla tappezzeria, briciole, schiamazzi. Ma qui il paradosso era un altro. In un ambiente chiuso, l’intimità forzata dei piedi nudi non è solo una questione estetica, è una violazione sensoriale e culturale. Com’è possibile che una persona adulta, in un luogo pubblico e di prestigio, si senta così legittimata a comportarsi come se fosse sul divano di casa propria?
Questa scena mi porta a una riflessione più profonda sul concetto di educazione come linguaggio universale. ’educazione non è un codice condiviso da tutti, ma sembra essere diventata una “bolla” soggettiva. Ciò che io ho ricevuto come un dettame ferreo di civiltà, il rispetto dello spazio altrui, il decoro della propria persona in pubblico , per altri non esiste nemmeno come concetto. Questo crea un asimmetria sociale frustrante.
Esistono persone che vivono in uno stato di “beata inconsapevolezza”. Non pensano di essere maleducate; pensano semplicemente di avere il diritto di stare comode. La loro mancanza di filtri li rende impermeabili al giudizio, permettendo loro di occupare il mondo con una libertà che a noi è preclusa. Noi, cresciuti nel culto del rispetto e della discrezione, finiamo per vivere “peggio”. Siamo costantemente attenti a non disturbare, a non occupare centimetri in più, a non offendere l’olfatto o la vista altrui. Questa nostra attenzione ci rende vulnerabili: subiamo l’invadenza degli altri senza avere le armi per contrastarla, se non il nostro silenzioso sdegno.
In definitiva, l’educato è colui che si restringe per lasciare spazio agli altri, mentre il maleducato si espande occupando anche lo spazio che non gli appartiene. Ci troviamo così in un paradosso: l’educazione ci rende persone migliori, ma ci condanna a essere spettatori inermi di un mondo che sembra aver perso il senso del confine tra “mio” e “nostro”.
La conferma definitiva di questo cortocircuito culturale è arrivata non appena i nostri sguardi si sono incrociati: è bastato un mio solo cenno di sdegno, un’occhiata carica di quel silenzioso rimprovero che solo chi è stato educato al rigore sa lanciare, perché lui si “ricomponesse”. Ma è qui che il paradosso ha toccato il suo apice. Nel rimettersi le scarpe, con una naturalezza disarmante, ha sollevato il piede appoggiandolo direttamente sul sedile attiguo per allacciarle con più comodità.
Non c’era sfida nel suo gesto, né cattiveria; c’era, paradossalmente, la peggiore delle verità: la totale assenza di consapevolezza. Anche nell’atto di rimediare a una mancanza, ne commetteva un’altra, trascinando il suolo della strada dove altri si sarebbero seduti. È questa la riflessione amara che mi porto a casa: per certe persone, la maleducazione non è una scelta ribelle, ma una condizione naturale talmente radicata da renderle cieche all’ovvio.
