Il nuovo documentario Netflix scava in una delle storie di cronaca nera più incredibili e scioccanti degli Stati Uniti: il rapimento di Elizabeth Smart. Una vicenda che sembra uscita da un incubo cinematografico, ma che nasconde una verità fatta di fanatismo religioso, manipolazione psicologica e un incredibile spirito di sopravvivenza.
Tutto ha inizio in una tranquilla notte del 2002 a Salt Lake City. Elizabeth, 14 anni, viene prelevata dal suo letto sotto la minaccia di una lama alla gola. L’unica testimone è la sorellina di 9 anni, Mary Katherine, che finge di dormire per terrore. Per mesi, la bambina porta con sé un peso enorme: ricorda quella voce. Una voce familiare, sentita già in precedenza, ma che non riesce a collocare.
Una notte di terrore e un’unica testimone
Mentre le indagini della polizia brancolano nel buio, la famiglia Smart finisce sotto la lente d’ingrandimento. Vengono sequestrati e analizzati 12 computer della famiglia, si sospetta un depistaggio o un coinvolgimento interno. Anche la pista di un ex dipendente morto per ictus si rivela un vicolo cieco.
La folgorazione: “È Emmanuel”
La svolta arriva mesi dopo, quasi per caso. Sfogliando un libro, Mary Katherine ha un’improvvisa folgorazione. La voce appartiene a “Emmanuel”, un senzatetto a cui la madre aveva dato il biglietto da visita del marito per offrirgli qualche lavoretto.
Nonostante l’identikit pronto, la polizia impone il silenzio stampa. Solo dopo mesi di stallo, la famiglia Smart decide di sfidare le autorità e diffondere il volto dell’uomo. È la mossa che cambia tutto: iniziano ad arrivare segnalazioni di un “santone” vestito di bianco, seguito da due donne con il volto coperto da veli.
L’inferno sotto il velo della religione
Dietro lo pseudonimo di Emmanuel si nasconde Brian David Mitchell, un predatore con deliri messianici. Convinto di essere un profeta inviato da Dio, Mitchell aveva pianificato di rapire sette ragazze per farne le sue “mogli”. Elizabeth è stata la prima vittima di questo piano folle.
L’inferno di Elizabeth non era fatto solo di catene fisiche, ma di una costante e brutale pressione psicologica. Mitchell la sottoponeva a violenze sistematiche, mascherandole dietro un finto rito matrimoniale e convincendola che quegli abusi quotidiani fossero, in realtà, l’espressione della volontà divina. In questo scenario allucinante, la figura della moglie di Mitchell giocava un ruolo chiave: una donna totalmente sottomessa e complice, capace di giustificare ogni atrocità in nome di una fede distorta. A rendere la prigionia ancora più soffocante erano le continue minacce che l’uomo rivolgeva alla famiglia di Elizabeth; Mitchell tentò persino di rapire sua cugina una notte e non nascose mai l’intenzione di tornare a prendere anche la piccola Mary Katherine, la sorellina.
L’astuzia della sopravvissuta
La vera svolta del documentario non è solo il ritrovamento, ma la straordinaria lucidità di Elizabeth. Capendo che non può fuggire con la forza, inizia a manipolare il suo carceriere. Facendo leva sul suo ego, gli suggerisce di avere delle visioni e che Dio voglia il loro ritorno nella città natale.
Toccato nell’ego, Mitchell decide di tornare a Salt Lake City. È proprio lì, in pubblico, che la ragazza viene finalmente riconosciuta e salvata, mettendo fine a un incubo durato 274 giorni.
In definitiva, questo documentario si spinge ben oltre la semplice cronaca di un fatto di sangue, trasformandosi in un’indagine cruda e necessaria sulle zone d’ombra dell’animo umano. Attraverso il racconto dei nove mesi di prigionia, emerge con forza come il fanatismo più estremo possa distorcere la fede, trasformandola in un’arma di terrore e in un paravento per le più atroci depravazioni. Tuttavia, il cuore pulsante della narrazione resta la straordinaria resilienza di Elizabeth: la sua capacità di mantenere integra la propria identità e di usare l’astuzia per sconfiggere il suo carceriere sul suo stesso terreno rappresenta il trionfo finale della luce sull’oscurità. È la storia di come la forza d’animo di una giovane donna sia riuscita, alla fine, a infrangere le catene di una follia che si credeva onnipotente.
