Il sistema giudiziario italiano è spesso avvolto in una nebbia di tecnicismi che lo rendono quasi inaccessibile alla comprensione del cittadino comune. Eppure, dietro il linguaggio barocco delle aule di tribunale, si nasconde una realtà che il Guardasigilli Carlo Nordio definisce, con una punta di amarezza, come una degenerazione correntizia. Nel suo nuovo saggio intitolato “Una nuova giustizia”, pubblicato all’inizio di questo 2026, l’autore non si limita a un’analisi tecnica, ma compone un vero e proprio manifesto politico e civile che trae origine da una riflessione lunga quasi trent’anni.
Il nucleo del ragionamento di Nordio colpisce per la sua forza immediata. Egli sottolinea come la fiducia del cittadino sia messa a dura prova da un’anomalia profonda: l’idea che il giudice, figura che dovrebbe essere terza e imparziale, condivida lo stesso percorso professionale e lo stesso organo di governo del pubblico ministero, ovvero l’accusatore. In questo scenario, l’imputato rischia di sentirsi schiacciato da un sistema dove chi deve giudicare è, a sua volta, valutato da chi sostiene l’accusa. È una distorsione che, secondo il Ministro, porterebbe chiunque a perdere la fede nella giustizia terrena per rifugiarsi nella speranza della carità divina.
Il testo si pone come il capitolo conclusivo di un percorso iniziato nel lontano 1997 con la pubblicazione del volume Giustizia. Ripercorrendo quel cammino, Nordio ricostruisce con lucidità chirurgica le incoerenze nate dall’introduzione del codice Vassalli, un modello di stampo accusatorio che ha faticato a convivere con una struttura costituzionale nata per un impianto del tutto diverso. Da questa frizione sono scaturite contraddizioni normative e logiche di potere interno che hanno progressivamente minato la terzietà del magistrato.
La posta in gioco della Riforma costituzionale presentata nel libro è dunque altissima. Nordio propone una trasformazione radicale che passa per la separazione delle carriere, la ridefinizione totale dei meccanismi di autogoverno e la nascita di un’Alta Corte disciplinare che garantisca un controllo autentico e indipendente. Non si tratta di una semplice battaglia tra poteri, ma di un intervento necessario per ripulire il campo da sigle, tecnicismi e scontri corporativi che troppo spesso oscurano il fine ultimo del diritto. Questa lettura rappresenta dunque una riflessione indispensabile per chiunque consideri la Giustizia non come un apparato burocratico, ma come il cuore pulsante e vivo di una democrazia moderna.
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