Oltre la vetta dell’anima: Intervista a Luciano Caminati su “Metànoia”

Esistono parole che non si limitano a descrivere un concetto, ma racchiudono un intero destino. “Metànoia” è una di queste: un termine che dal greco antico ci parla di trasmutazione, di un cambiamento radicale del pensiero e dello spirito. In questa intervista, l’autore Luciano Caminati ci conduce tra le pieghe del suo romanzo, un’opera dove la maestosità delle vette himalayane fa da specchio a un’indagine intima e profonda.

Dall’ispirazione epica legata alla figura dell’alpinista Jeff Lowe fino ai sentieri personali percorsi fin dall’infanzia, Caminati ci svela come la montagna possa essere, contemporaneamente, una sfida assoluta, una rivale in amore e un luogo sacro di guarigione. Ne emerge un dialogo vibrante sulla scrittura come pellegrinaggio della memoria e sulla capacità dell’essere umano di trovare, anche di fronte ai crepacci più profondi dell’esistenza, la forza per una rinascita.

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Metànoia è un termine greco potente che indica una trasformazione spirituale, un “andare oltre la mente”. Da dove è nata l’esigenza di raccontare questa specifica storia di perdita e rinascita? È stato un incontro, un luogo o un’immagine particolare a dare il via alla scrittura?

Metànoia è una di quelle parole che più mi affascinano sia per il suono che per il significato profondo, perfino mistico direi, nell’accezione più precisa che è quello di conversione in un credo, in una nuova fede. Nella stesura del romanzo mi tornava spesso in mente questa parola. E, in effetti, i protagonisti ne sono l’incarnazione, per così dire, vivendo ognuno una profonda metamorfosi del loro essere. Ma la decisione di intitolarlo così l’ho maturata ripensando alla storia di Jeff Lowe, un famoso e fortissimo alpinista californiano degli anni Settanta e Ottanta che, in profonda crisi esistenziale dopo una serie di fallimenti sentimentali, finanziari e famigliari, decise di scalare la parete Nord dell’Eiger in pieno inverno per una via nuova, una via diretta alla cima, di difficoltà tecniche inaudite. A prima vista un suicidio, che Lowe superò in nove giorni tra freddo glaciale, bufere di neve, senza uso di split, in completa solitudine; un atto di fede in sé stesso, o in un’entità trascendentale alla quale si era completamente affidato. Riuscì nell’impresa e chiamò questa via, appunto, Metànoia, il termine col quale aveva voluto riassumere il senso di ciò che aveva compiuto. Basti pensare che questa via fu ripetuta una sola volta nel dicembre 2016 da un trio internazionale di alpinisti professionisti che riuscirono a recuperare lo zaino abbandonato da Lowe in un anfratto nella roccia, poco sotto la vetta. Ironia della sorte, a quel tempo Lowe era costretto su una sedia a rotelle da almeno una decina d’anni affetto da sclerosi multipla.

La montagna nel libro è descritta con una precisione quasi sensoriale, come un’entità viva. Qual è il suo rapporto personale con la montagna e come ha influenzato la stesura del romanzo?

L’idea del romanzo nasce da una serie di esperienze maturate fin da bambino quando, io e i miei genitori trascorrevamo le vacanze in Tirolo, zaino in spalla, andando da rifugio a rifugio. È da quel tempo che alla montagna sono profondamente legato. Ed è all’Himalaya, al Karakorum e al Pamir dell’età adulta che il romanzo si ispira.

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Nel libro, la montagna è descritta come l’amante assoluta di Thomas ma anche come il luogo sacro per il lutto di Francesca. Come si riesce a narrare una natura che è contemporaneamente bellissima e spietata?

La natura non è né spietata né benevola, è semplicemente indifferente a noi umani come a tutti gli esseri viventi. È l’ambiente nel quale si compie il ciclo della nostra esistenza. Parlare di “montagna assassina”, come si è spesso sentito in tv o letto in articoli di cronaca a proposito di incidenti mortali occorsi a escursionisti o alpinisti esperti è, pertanto, un’assurdità buona solo a minimizzare le nostre responsabilità. Io cerco di guardare alla natura per quello che è, ma nel descriverla rifletto le sensazioni e le emozioni che mi suscitano colori, atmosfere, percezioni sensoriali e pensieri. In questo processo creativo la natura si umanizza, perché la faccio mia, come una tavolozza di colori che nel dipingere combino e mescolo per esprimere me stesso. Per Thomas la Grande Montagna è la sfida, il desiderio assoluto che dà senso alla vita e che trascende perfino la vita terrena, perché la montagna è anche elevazione dell’anima. Ed è per questo che Francesca la percepisce e la vive come la rivale con la quale non c’è alcuna possibilità di competere; tra lei e Thomas ci sarà sempre la Grande Montagna finché Thomas non sarà riuscita a conquistarla. E Francesca lo comprenderà proprio nel suo pellegrinaggio fino al Campo Base per lasciare libero Thomas laddove è scomparso.

Una delle lezioni del libro è che accettare non significa dimenticare. Secondo lei, la scrittura può essere, come il cammino in montagna, una forma di pellegrinaggio dell’anima?

Io scrivo per non dimenticare. Rielaboro il vissuto anche dopo anni, arricchendosi e modificandosi la memoria anche grazie a esperienze successive che si stratificano e si sedimentano in me. Narrare è, infatti, un pellegrinaggio che si compie nella memoria del nostro vissuto.

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Rispetto a I demoni del Sepik, questo libro sembra avere una venatura più intima e introspettiva. In quale di questi due mondi (l’avventura pura o la narrativa psicologica) si sente più a suo agio come scrittore?

Metànoia è stato un viaggio dell’anima. In questo romanzo ho trasposto l’intimo di alcuni momenti vissuti anche in tempi diversi legati alla montagna. Vi ho descritto alcuni episodi che sono ancora vivi dentro di me: l’incontro con il camoscio dopo una bufera di neve, la vividezza del mercato di Namche Bazar dove Francesca si perde a cercare tracce di Thomas, l’eremo tibetano costruito nella roccia nella Valle di Karma sul versante orientale dell’Everest, per non tacere dell’Altipiano del Renon, un luogo a me caro fin da ragazzino. Ecco, se vogliamo, è il romanzo più autobiografico. In “I Demoni del Sepik”, invece, ho scelto un’altra dimensione narrativa. Ho voluto sperimentare il thriller, il noir, mi sono divertito così a contaminare vari generi con il romanzo di avventure nel senso più classico, pur sempre ispirandomi a esperienze reali.

Cosa spera che resti nel cuore di chi chiude l’ultima pagina di Metànoia e guarda, magari con occhi diversi, le proprie “montagne” personali?

Che c’è sempre la possibilità di un riscatto; la possibilità, appunto, di approcciarsi alle proprie difficoltà e a superarle valutando prospettive diverse. “Si ha sempre la possibilità di ricominciare!” dice lo Sherpa Tshiring a Thomas.

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Ringraziamo sentitamente Luciano Caminati per averci permesso di esplorare i sentieri meno battuti della sua narrazione e per aver condiviso con noi la genesi così personale di Metànoia. Le sue parole ci ricordano che, sia essa fatta di roccia o di carta, la scalata verso la comprensione di noi stessi è l’avventura più faticosa e preziosa che possiamo intraprendere. Ci congediamo con il monito dello Sherpa Tshiring nel cuore, certi che ogni lettore, chiusa l’ultima pagina, saprà guardare alle proprie “montagne” personali con la consapevolezza che esiste sempre, inaspettata e luminosa, la possibilità di ricominciare.

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Vuoi scoprire perché questo romanzo sta emozionando così tanti lettori? Immergiti nella nostra recensione completa di ‘Metànoia’ e scopri la potenza della rinascita raccontata da Luciano Caminati.

Se invece cerchi l’adrenalina del mistero e dell’avventura pura, non perdere la nostra analisi de ‘I Demoni del Sepik’: un viaggio oscuro e avvincente nelle terre selvagge della Papua Nuova Guinea.

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