Recensione “Suona e vivrai” Le ragazze dell’Orchestra di Auschwitz di Alessandra De Fiori

Auschwitz Birkenau, primavera del 1943. La potente SS Maria Mandl decide di costituire un’orchestra femminile nel campo e incarica le funzionarie di reclutare le musiciste tra le prigioniere. Dopo un inizio traballante, tutto cambia quando nel luglio del 1943, arriva ad Auschwitz la famosa violinista Alma Rosè. Capace, rigorosa, ma anche sensibile e attenta, Alma riesce in poche settimane a reclutare altre musiciste e ottenere prestazioni di altissimo livello, garantendo alle sue musiciste straordinari privilegi. Mentre nel resto del campo si compie uno sterminio senza precedenti, la baracca dell’orchestra diventa un luogo di salvezza dal quale Alma Rosè tiene alla larga la disperazione.

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Titolo: Suona e vivrai
Autore: Alessandra De Fiori
Editore: Santelli
Genere: Narrativa storica
Data pubblicazione: 19 Novembre 2025
Voto: 5/5

Classificazione: 5 su 5.
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Recensione

Ben ritrovati a tutti, lettori. Oggi torno a scrivervi per presentarvi il secondo romanzo nato dalla mia collaborazione con Santelli Editore: una lettura necessaria e toccante, perfetta per accompagnarci verso il Giorno della Memoria. Si tratta di “Suona e vivrai. Le ragazze dell’orchestra di Auschwitz”, l’ultima opera di Alessandra De Fiori pubblicata a settembre 2025.

L’autrice, dirigente scolastica classe 1967 che vive e lavora in provincia di Bergamo, non è nuova alla narrativa storica; dopo il successo de Il Capostazione di Tradate nel 2021 e di Una storia da raccontare nel 2024, torna oggi con un testo profondo che dà voce a una delle pagine più intense del nostro passato.

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Nel cuore della primavera del 1943, all’interno del perimetro di Auschwitz-Birkenau, la potente SS Maria Mandl decise di dare vita a un’orchestra femminile, affidando alle funzionarie il compito di scovare musiciste tra le file delle prigioniere. Sebbene l’inizio sia stato incerto e difficoltoso, la situazione mutò radicalmente con l’arrivo della celebre violinista Alma Rosé nel luglio dello stesso anno. Dotata di un rigore ferreo ma animata da una sensibilità profonda, Alma riuscì in brevissimo tempo a trasformare quel gruppo in un ensemble di eccellenza, ottenendo per le sue musiciste privilegi straordinari che si rivelarono vitali. Mentre nel resto del campo si compiva uno sterminio senza precedenti, la baracca dell’orchestra divenne un rifugio di salvezza, un luogo sospeso dove la Rosé lottava quotidianamente per tenere lontana la disperazione assoluta.

Questa lettura è un atto doveroso, un esercizio di memoria necessario specialmente in questo periodo che ci avvicina al Giorno della Memoria. Sebbene io abbia anticipato la ricorrenza, mi ritengo pienamente soddisfatta di questo testo profondo e ben costruito. La narrazione è densa, talvolta complessa per la presenza di numerose protagoniste femminili, aiutata però da un prezioso glossario finale, e si sofferma con cura sulle storie personali di queste donne, distinguendo tra chi fu deportata per motivi politici e chi per l’appartenenza al popolo ebraico.

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Il titolo, “Suona e vivrai”, è il baricentro dell’intera opera: rappresenta l’imperativo della sopravvivenza in un inferno di fango e morte, dove lo strumento musicale diventa l’unico salvagente a cui aggrapparsi nel mezzo di una tempesta devastante.

L’orchestra fu realmente un’ancora di salvezza: delle numerose ragazze che ne fecero parte, solo quattro persero la vita a causa del tifo. Paradossalmente, tra le vittime ci fu proprio Alma Rosé, nipote di Gustav Mahler e direttrice instancabile, che morì nel campo dopo aver protetto le sue musiciste fino all’ultimo. Il libro fonde la realtà dei fatti con la tecnica del romanzo storico, basandosi su testimonianze dirette di chi è sopravvissuto.

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C’è chi, dopo la liberazione, ha parlato a gran voce per testimoniare l’orrore, chi ha scelto il silenzio assoluto per dimenticare e chi non ha più avuto il coraggio di toccare uno strumento. A ottant’anni dalla liberazione dei campi, ricordare è un dovere civile per comprendere come azioni sconsiderate portino a conseguenze catastrofiche, rendendo questo libro un baluardo contro l’odio del presente.

Dal punto di vista storico, Auschwitz rappresentava un sistema vasto e stratificato, suddiviso principalmente in tre aree che servivano scopi differenti ma complementari nel piano della Soluzione Finale. Auschwitz I era il campo base amministrativo, Auschwitz II-Birkenau fungeva da immenso centro di sterminio dove l’orchestra femminile aveva la sua sede, e Auschwitz III-Monowitz era destinato al lavoro forzato per l’industria bellica. La presenza di un’orchestra in un luogo dedicato alla morte sistematica può sembrare un paradosso atroce, ma per le SS la musica aveva scopi pratici e psicologici: serviva a dare il ritmo ai prigionieri durante la marcia verso il lavoro esterno e a fornire intrattenimento privato per gli ufficiali durante i loro momenti di svago.

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Le fonti storiche su questa specifica orchestra sono numerose e confermano la figura di Alma Rosé come una donna di eccezionale valore. Le testimonianze di sopravvissute come la violoncellista Anita Lasker-Wallfisch o la violinista Helena Dunicz-Niwińska descrivono come l’appartenenza all’ensemble garantisse razioni di cibo leggermente migliori e una protezione parziale dalle selezioni per le camere a gas.

Storicamente, l’orchestra di Birkenau resta uno degli esempi più drammatici e documentati di come l’arte sia stata strumentalizzata dai carnefici ma, allo stesso tempo, utilizzata dalle vittime come ultimo, disperato strumento di resistenza umana.

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In conclusione, questo libro non è soltanto il racconto di una parentesi storica tragica, ma una riflessione potente sulla capacità di resistenza dell’animo umano attraverso l’arte. Ci spinge a chiederci cosa resti dell’umanità quando viene privata di tutto, tranne che della propria musica. Di fronte a una storia così intensa, mi viene spontaneo domandarvi:

credete che la bellezza, espressa in questo caso attraverso le note di un violino, possa davvero rappresentare l’ultima forma di dignità e salvezza anche nel più cupo degli abissi, o è solo un amaro conforto che rende ancora più evidente l’orrore circostante?

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