Ben tornati a tutti lettori, oggi vi presente il libro Notte di luna con Van Gogh e altri incontri intimi nella storia dell’arte, edito Feltrinelli, dell’autrice Raffaella Arpiani, in collaborazione con l’agente letterario Matilde Bella.
Lo sguardo ricambiato: una storia dell’arte per il mestiere di vivere
Come fossero uno specchio diffuso nei musei di tutto il mondo, le opere d’arte mentre l
guardiamo ci parlano di noi e ci accompagnano per affrontare le piccole e grandi difficoltà d
vita.
Capitolo 2:
Senza le braccia, ma con le ali.
Venere di Milo, 150-125 a.C. e Nike di Samotracia II sec a.C.
Cercare la felicità in ciò che abbiamo, smettendo di giudicarci per le mancanze o i cosiddetti difetti
L’industria cosmetica o quella del fitness sono basate su un implicito suggerimento che ognuno d noi ha introiettato: così come siamo non andiamo bene. Non a caso cercano di venderci creme, prodotti o miracolosi trattamenti antirughe, anticellulite, anti-età e “anti-qualsiasi cosa” che fa parte del nostro essere umani che vivono, inciampano, si divertono e invecchiano. Nella nostra quotidianità c’è una voce fuori campo, nascosta dietro l’angolo e sempre presente, che continua a sussurrarci che abbiamo qualche pezzo fuori posto, qualcosa che manca e che ci condanna di conseguenza all’insoddisfazione. Ci viene naturale pensare di essere imperfetti, e non soltanto a livello fisico, soprattutto nel confronto con i modelli di successo che ci vengono proposti dall’alto e da cui siamo bombardati.

Secondo l’inevitabile confronto, dovremmo essere più magri, più alti, più ricchi, più intraprendenti, più famosi, più coraggiosi, più belli e più felici… In che modo, in questo caso, l’arte può soccorrerci?
Se percorriamo le sale di un museo, restiamo a bocca aperta, ammaliati dalla bellezza delle statue antiche, giunte fino a noi frammentarie e bellissime. Pensiamo alla Venere di Milo o alla Nike d Samotracia, le regine assolute della bellezza e della perfezione antiche, che però sono assolutamente incomplete: a una mancano le braccia e un piede, all’altra, le braccia e addirittura la testa.
Guardate quelle statue frammentarie, bellissime nonostante tutto e pensate a quanto il nostro modo di valutare noi stessi sia insensato: molte volte scegliamo di essere infelici per qualcosa che non c’è. Spesso la nostra sofferenza ci deriva da una mancanza, da qualcosa che non abbiam più, o non abbiamo ancora raggiunto. Magari ci mancano il coraggio, il compagno, il figlio, la fama, il lavoro o l’affetto che secondo noi meriteremmo e che invece, sempre secondo noi, gli altri hanno. Anziché essere felici per ciò che siamo e abbiamo costruito, talvolta stiamo male perché, nel confronto – attività utilissima quando si tratta di storia dell’arte, molto meno applicata alla nostra vita – sembra che ci manchi sempre un pezzo. Spesso rinviamo così la nostra realizzazione a data da destinarsi, quando, un giorno imprecisato, riusciremo ad agguantare proprio quello che ci manca e che oggi ci condanna all’insoddisfazione.

Percorrere le sale dei musei che custodiscono reliquie antiche, può trasformarsi così in un allenamento magnifico, in cui dovremmo cimentarci a cadenza regolare, per tenerci emotivamente in forma. Che dovremmo sperimentare su di noi, per accettare le nostre imperfezioni ed essere benevolenti. Le statue del passato possono addirittura suggerirci come apprezzare il nostro presente: hanno tanto da insegnarci.
È questo l’esercizio che dovremmo imparare a praticare da loro. Qualunque siano state le avventurose vicende della nostra vita che ci hanno portato ad essere come siamo, magari a pezzi magari ricuciti, magari segnati da fatiche, dolori, perdite e traumi, sicuramente imperfetti, dovremmo farcene una ragione, guardarci con ammirazione e ringraziare orgogliosamente, perché in fondo siamo preziosi, anche con tutto quello “che ci manca”, ma che, a dire il vero, notiamo solo noi.
