Buongiorno lettori, oggi torno con per condividere con voi un’intervista. L’autore Mario Ferrari che ormai conoscete per le recensioni che ho fatto dei suoi libri sul blog, ci racconta del dietro le quinte del suo lavoro di scrittore. Spero che la lettura vi appassioni quanto lo ha fatto con me.
Pagina dell’autore su muatyland.com ->

Per professione manager, consulente, formatore. Da qualche anno, per passione, anche scrittore. Nato nel 1960 a Modena, vive poco distante, a Campogalliano. Felicemente sposato con Anna dal 1986, hanno due figli – Sebastiano e Camilla – e tre gatti.
marioferrari.org
Quando hai capito che volevi diventare uno scrittore?
Ho incontrato la narrativa molto presto, perché mia madre è riuscita a far appassionare me e i miei fratelli alla lettura, sin da piccolissimi, proponendoci cose accattivanti e adatte alla nostra età. Ogni volta che, da bambino o ragazzo, finivo un romanzo che mi era piaciuto molto, pensavo “questo vorrei averlo scritto io”. Quindi, in un certo senso, ho sempre avuto questo desiderio.
A vent’anni ho scritto qualche racconto, senza aspirare alla pubblicazione. Nei primi anni duemila, nel pieno boom di Harry Potter e del fantasy che lo ha ispirato, mi sono detto che mi sarebbe piaciuto scrivere una saga in cui i protagonisti fossero adolescenti che fanno qualcosa di “grande” anche senza possedere super-poteri, solamente grazie al proprio coraggio e al desiderio di rendere il mondo un posto migliore. Inseguendo questa idea, nel 2016 ho iniziato a scrivere Il cuore della montagna, il mio primo romanzo, scoprendo che aver letto tanti libri era probabilmente necessario, ma non sufficiente a fare di me uno scrittore. Così ho lavorato tanto sulla scrittura, fino a trovare uno stile che mi piacesse e in cui riconoscermi. Da allora non ho più smesso di scrivere.
Cosa ti ispira a scrivere?
Mi è sempre piaciuto raccontare. Da appassionati di montagna, io e mia moglie abbiamo sempre portato i nostri figli in escursione con noi. I bambini non si stancano di camminare, ma si annoiano, perché non trovano nel panorama o nel camminare medesimo la gratificazione che troviamo noi adulti, quindi per far passare loro il tempo inventavo storie. Chiedevo loro di scegliere i personaggi e poi improvvisavo una piccola favola in cui collocarli. A volte i risultati erano bizzarri, perché dovevo far convivere principesse e astronauti, unicorni e sommergibili, però la sfida era sempre molto divertente.
Ecco, quel piacere di intrattenere raccontando è lo stesso che, anni dopo, mi spinge a scrivere.
Qual è il tuo processo di scrittura e come ti organizzi per scrivere?
Scrivere è, oggi, la mia passione principale. Durante la lavorazione del primo romanzo ho scoperto che, nel portare un libro a compimento, ci sono molti tempi morti: l’editor che tiene il tuo manoscritto per diverse settimane, la lettura da parte di qualche beta-reader, la revisione di bozze, ecc. Così, dato che non volevo restarmene inattivo, ho pensato che mentre attendevo di riavere un manoscritto potevo iniziarne un secondo.
Oggi che questa modalità di lavoro è affinata, mi capita di avere anche quattro libri in lavorazione: mentre uno è in revisione di bozze e sta per uscire, il successivo ha terminato l’editing ed è nelle mani di qualche amico fidato per una lettura preliminare, un terzo è in editing e io sto lavorando a un quarto.
Ciascun romanzo passa attraverso la stesura di un soggetto preliminare, a cui seguono le ricerche: attraverso saggistica, interviste, internet, visita ai luoghi in cui si svolgerà (qui https://www.marioferrari.org/dietro-le-quinte-di-sullorlo-dellabisso/ ho raccontato il “dietro le quinte” di Sull’orlo dell’abisso). Le ricerche possono portare altri spunti, che a loro volta mi spingono a modificare il soggetto. Quando ritengo di avere una “storia”, inizio a scrivere. Molte idee mi vengono anche durante la scrittura, quindi mi succede spesso che poi il romanzo si discosti dal soggetto iniziale.
Ho la fortuna/condanna di svegliarmi sempre presto, quindi lavoro circa un’ora e mezza o due all’alba, tutti i giorni, prima che il resto della famiglia si svegli e prima di recarmi al lavoro.
Quali sfide hai dovuto affrontare nei tuoi romanzi?
La prima. Nella stragrande maggior parte dei casi, i libri i cui protagonisti sono adolescenti sono diretti a un pubblico di coetanei, mentre io aspiravo a renderli interessanti anche per il lettore adulto. Non esistono tanti precedenti, in letteratura, ma due di questi sono capolavori (a cui certo non pretendo di paragonarmi): Il signore delle mosche, di William Golding, e Qualcuno con cui correre, di David Grossman. Ho perseguito questo obiettivo attraverso la scelta del linguaggio, dei temi trattati, del periodo storico. Se io sia o meno riuscito nell’intento lo lascio giudicare al lettore.
La seconda. Scrivendo romanzi di genere thriller/giallo, è ovvio che si parli di situazioni lontane delle nostre vite quotidiane. Inoltre, solitamente il genere prevede protagonisti dotati di una o più qualità fuori dal comune (intuito, intelligenza, coraggio o anche solo tenacia). Per questi motivi, credo che la sfida connaturata in questo genere letterario si quella di dosare la straordinarietà dei personaggi in modo da non oltrepassare la credibilità. Nel mio caso, avendo scelto protagonisti adolescenti, questo bilanciamento era ancora più critico e importante. La soluzione che ho adottato è stata quella di puntare su una coralità in cui non sono tanto i singoli protagonisti a possedere competenze eccezionali, ma è il gruppo nel suo insieme che emerge per le sinergie e le complementarietà che si creano tra loro.
Cosa trovi più gratificante nello scrivere?
In On writing, Stephen King scrive che in linea di massima i lettori “vogliono una bella storia […] in grado di affascinarli, catturarli e costringerli a girare le pagine”. Questo è ciò che mi diverte: inventare, sorprendere il lettore, cercare di tenerlo incollato alla pagina. Costruire una bella struttura che porti la storia verso una conclusione non ovvia.
Allo stesso tempo, è gratificante far crescere ed evolvere i personaggi. Nel corso della saga i protagonisti incontrano le numerose debolezze dell’umanità (la corruzione, la mafia, la violenza di genere, l’avidità, il pregiudizio) ma anche frequenti sacche di bontà e di generosità; esplorano l’amore e il sesso; si confrontano con la politica, la religione, l’etica; scoprono l’ipocrisia degli adulti (salvo accorgersi, poi, che non ne sono immuni); comprendono quanto sia difficile fare delle scelte quando le conseguenze impattano sulle vite loro e degli altri.
Quale scena o personaggio hai amato maggiormente scrivere?
Amo tutti i miei protagonisti, perché in ognuno di loro ho messo qualcosa di mio. La passione per la scienza di Federico; l’amore per la montagna e la cucina di Laura; il gusto per la battuta pungente di Valentina; la sensibilità per la musica di Alberto; la pragmaticità e la tenacia di Elisabeth.
Confesso, però, che ho un debole per Sabrina, che ha la curiosità tipica delle menti brillanti e che non a caso avrà un ruolo sempre più importante nel corso della saga. Mentre gli altri vivono il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, lei compie un salto più grande, partendo dall’infanzia. Desiderosa di “crescere in fretta” per tenere il passo con gli amici che hanno qualche anno di più, mostra le contraddizioni di una maturità precoce che convive ancora col candore fanciullesco.
Quale dei tuoi romanzi pensi sia il più riuscito?
Anche se so che non è detto che sia così, mi piace pensare che ogni romanzo si un po’ migliore del precedente. Forse questo vale per la qualità della scrittura, non necessariamente per la storia.
Dei primi tre, quello a cui sono più legato è Sull’orlo dell’abisso, se non altro per il percorso di consapevolezza che io stesso ho fatto nel prepararlo, e questo mi porta a pensare che sia il più riuscito.
Progetti futuri?
Troppi! Ho più idee che tempo per trasformarle in romanzi. A breve, terminato il ciclo di Federico & C. – che stando al progetto attuale comprenderà sette libri – ho in mente un romanzo storico collocato all’epoca della dominazione romana e uno nuovamente ambientato in montagna che narri le vicende di due famiglie “rivali” attraverso gli eventi del Novecento.
Qual è il tuo sogno letterario?
In casa ho molti libri, tra i millecinquecento e i duemila. Fino a vent’anni fa li conservavo tutti, anche quelli brutti; poi, per ragioni di spazio, ho dovuto fare delle scelte. Ho scoperto, ripercorrendo i miei scaffali, che c’erano libri dimenticabili che non mi avevano lasciato nulla, così quelli sono partiti per altri lidi; molti altri, invece, hanno dato un contributo a ciò che penso o a ciò che sono e, pur sapendo che forse non li rileggerò mai, non me ne separerò.
Il mio sogno letterario è quello di scrivere un romanzo che, a qualcuno, faccia questo effetto: qualcosa da conservare nel tempo per le emozioni e le suggestioni che ci ha regalato.
Grazie di cuore all’autore.