Europa, una grande città nazione del prossimo futuro. Paradiso, dove i ricchi vivono nel lusso e l’Inferno, con tanto di gironi danteschi. Il primo libro della trilogia di CANTI DELLE TERRE DIVISE di un italianissimo e giovanissimo Guingui, classe 1980.

Se questo libro fosse stato scritto da un autore americano, probabilmente sarebbe già stata fatta una versione cinematografica. L’oroginalità è talmente palese, che non saprei a quale libro associarlo completamente. In alcuni momenti riporta alla mente Hunger Games, potrei infatti paragonare i Distretti ad Europa, e Capitol City al Paradiso, e in parte gli Hunger Games all’Inferno. La presenza delle telecamere, pronte a portare le immagini dei dannati in Europa, quando nel Paradiso, con filtri che cambiano in base alle classi sociali. I ricchi non vedranno mai come vivono le persone ad Europa, ma a loro è mostrata la vita nel Paradiso.
Meravigliosi sono i richiami fatti alla Divina Commedia dantesca, di cui molto probabilmente l’autore è un ammiratore. Basti pensare alla quantità di volte è in cui è riportata la seguente citazione
“Lasciate ogne speranza, voi ch’entrate”
Stupenda è la pianta raffigurante i gironi danteschi che ci aiuta in parte a seguire il flusso della storia. Dico in parte perché in realtà ci sono stati momenti in cui non mi è stato facile decifrarla.

Per quanto riguarda la storia d’amore tra i due protagonisti. Ci troviamo davanti la classica coppia che si innamore in poche pagine, tanto che lui attraversa tutto l’inferno solamente per ritrovare lei, con cui è stato realmente pochissimo tempo. Abbandonando madre e sorella ad Europa. Lui è il ragazzo povero di Europa, lei la ragazza ricca figlia di uno degli Oligarchi, la quale ha tutto e lo mette in discussione……e per questo è in realtà mandata all’Inferno.
Ogni peccato ha il suo contrappasso, con tanto di animali modificati geneticamente per rappresentare a pieno l’originale del compositore fiorentino.
“Scritto questo”, non mi resta che aspettare di recuperare i due seguiti e sperare che siano all’altezza del capostipite.