Dopo una lunga serie di pellicole spettacolari ma spesso prive di mordente, tornare al cinema per assistere a qualcosa di profondo e denso di significato è stata un’emozione rara. Il film che ho visto ieri sera, “Rental Family – Nelle vite degli altri”, è una di quelle opere che restano incollate addosso. Al centro di tutto c’è un magistrale Brendan Fraser, lontano anni luce dai fasti muscolari de La Mummia e ormai consacrato a ruoli di una sensibilità travolgente. Fraser interpreta l’unico occidentale in un cast di attori orientali a me sconosciuti, ma straordinariamente efficaci, dando vita a un uomo che fatica a trovare il suo posto in Giappone, una terra che sente come casa ma che lo relega a ruoli marginali.
La sua carriera sembra toccare il fondo tra comparsate umilianti e pubblicità di dentifrici dove è costretto a ballare vestito da tubetto colorato, finché la sua vita non prende una piega inaspettata. Viene infatti ingaggiato per interpretare l’americano triste al funerale di un uomo che, in realtà, è ancora vivo e ha organizzato la cerimonia. Questo evento lo introduce nel mondo di un’agenzia molto particolare, una ditta che affitta figuranti per colmare vuoti emotivi o risolvere situazioni sociali intricate.
Il film ci trascina così in un vortice di vite altrui. Vediamo il protagonista prestarsi alle richieste più assurde, come quella di un marito adultero che ingaggia una ragazza affinché finga di essere l’amante e chieda scusa alla moglie, convincendola che la storia sia finita quando invece il tradimento continua nell’ombra. Lo seguiamo mentre cerca di recuperare un uomo isolato dal mondo attraverso i videogiochi, accompagnandolo passo dopo passo verso la riscoperta dei piaceri della vita, fino a un bizzarro balletto “spicy”.
Tuttavia, è nel rapporto con una madre single che il film tocca le corde più alte. La donna lo assume come finto padre per permettere alla figlia di accedere a una scuola privata esclusiva, ma il legame che nasce tra l’attore e la bambina diventa pericolosamente reale. La madre, spaventata dalla profondità di questo affetto e consapevole che si tratti solo di un lavoro, decide di troncare il rapporto bruscamente per proteggere la piccola da una futura delusione. Questo strappo porta il protagonista a una scelta radicale: rinunciare a un ruolo in una serie poliziesca in Corea, il sogno di una vita, pur di non venire meno a quel legame invisibile ma potentissimo.
L’apice del coinvolgimento emotivo arriva però con l’incontro con un anziano attore di ottant’anni, ormai malato e tormentato dal timore di essere stato dimenticato dal suo pubblico. La figlia ingaggia il protagonista affinché finga di essere un giornalista interessato a intervistarlo. Tra i due nasce una complicità purissima che spinge l’anziano a chiedere un ultimo, folle desiderio: essere portato di nascosto nella sua casa natia tra i boschi, dall’altra parte del Paese, per recuperare un frammento del suo passato di cui nessuno sa nulla. Nonostante i rischi, l’americano accetta, regalando all’uomo la possibilità di guardare in faccia i propri ricordi un’ultima volta prima che la mente li cancelli per sempre.
Questo atto di generosità causerà un arresto per equivoco, ma sarà anche la scintilla che cambierà per sempre il cinismo dell’agenzia e di chi ne faceva parte. Nel finale, il simbolo di uno specchio diventa la chiave di lettura dell’intera opera. Come suggerito da un amico durante il film, guardarsi dentro significa scoprire che il nostro “IO” è sempre lì, pronto a emozionarsi di fronte alla purezza di un bambino o alla fragilità di un anziano. “Rent Family” non è solo un film sulla finzione, ma un invito a ritrovare l’autenticità in un mondo che troppo spesso preferisce affittare i sentimenti piuttosto che viverli.

Non so se in Giappone mi abbia colpito di più il silenzio o il modo in cui viene abitato. Guardando Rental Family, ho ripensato a Tokyo, ai treni pieni e alle persone sole, tutte insieme. A quella sensazione strana di essere circondato eppure invisibile, come se la città ti lasciasse esistere solo finché non dai fastidio.
L’idea di una famiglia a noleggio, mentre scorrevano le immagini del film, non mi è sembrata più così assurda: l’ennesima “altra via” che il Giappone percorre per trovare una soluzione.
Il fenomeno dei rental relatives è particolarmente sviluppato in Giappone, ed è da qui che nasce lo spunto del film. Brendan Fraser interpreta Philip, un attore che ha conosciuto il suo momento di gloria, ma che da sette anni inanella particine di poco conto, finché viene ingaggiato da una società per interpretare lo “straniero bianco” da poter affittare. Quello che all’inizio sembra un normale lavoro d’attore si trasforma presto, soprattutto dopo l’incontro con una bambina e un anziano, in qualcosa di più profondo.
La famiglia, le amicizie, vengono viste come un servizio. Qualcosa che dovrebbe essere irripetibile, intimo, gratuito, diventa invece noleggiabile, temporaneo, contrattuale. Il film gioca tutto su questa frizione.
Anche la fisicità di Fraser è fondamentale: il suo essere corpulento, impacciato, inadatto all’ambiente giapponese è uno specchio che riflette il suo malessere interiore. Philip, interpretando vari “personaggi”, si riscopre padre, figlio, amico, tutto ciò che avrebbe voluto essere. Il suo percorso porta a una rottura tra il “personaggio” e il vero io, rendendo il confine sempre più confuso.
Se qualcuno ti fa sentire meno solo, ma lo fa per lavoro, stai mentendo tu o sta mentendo il mondo?
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Bella chiave di lettura
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