“Nessuno sa chi sei, perché tu stesso non permetti agli altri di saperlo.”
In questa terza tappa del nostro viaggio tra le tematiche di “Dall’Asfalto al Cielo”, Lorenzo Laneve ci mette di fronte a una verità scomoda: la maggior parte di noi non sta davvero vivendo, ma sta semplicemente interpretando un ruolo.
Manager in carriera, uomo di fede, artista tormentato, persino il “delinquente” o il “buon padre di famiglia”: sono tutti copioni che abbiamo scritto noi stessi o che la società ci ha cucito addosso. Passiamo l’esistenza a impersonare uno status sociale, mentale o economico, convinti che quel ruolo coincida con la nostra identità. Ma la realtà è che nessuno “è” veramente, finché resta ancorato a una parte da recitare.
Nell’ostinato tentativo di conformarci a un modello, che sia quello della madre perfetta, del leader di successo o del ribelle di quartiere, finiamo per rinunciare alla nostra vera natura. Soffochiamo quella diversità umana che ci rende unici, rendendo la nostra essenza un territorio ignoto persino a noi stessi.
Com’è possibile, dunque, conoscersi davvero? L’autore suggerisce che l’unico modo sia aprirsi all’ignoto. Solo quando veniamo strappati dal contesto che conosciamo a memoria, dove tutto è prevedibile e sicuro, la maschera cade. È nel vuoto, dove non esistono più “giusto” o “sbagliato”, che la nostra vera essenza può finalmente emergere, mostrandosi per ciò che è realmente.
In “Dall’Asfalto al Cielo”, il protagonista dovrà spogliarsi di ogni ruolo per scoprire, forse per la prima volta, la propria autentica umanità.
