Oltre il DNA del male: la lotta di Kerri Rawson contro l’eredità del killer BTK

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Cosa succede quando l’uomo che ti ha rimboccato le coperte e insegnato a guidare si rivela essere uno dei serial killer più spietati della storia americana? Netflix torna a esplorare l’oscurità umana con “Mio padre, il killer BTK”, un documentario di circa un’ora e mezza che sposta l’obiettivo dai crimini dell’assassino al trauma indelebile di chi è rimasto.

A guidarci in questo viaggio doloroso è Kerri Rawson, la figlia di Dennis Rader, noto al mondo con l’agghiacciante acronimo BTK (Bind, Torture, Kill). Il documentario evita il sensazionalismo gratuito per concentrarsi sulla prospettiva domestica, dipingendo un uomo che in casa appariva “normale”, seppur con evidenti disturbi caratteriali e una rigidità quasi ossessiva. Nessuno in famiglia avrebbe mai potuto immaginare che, dietro quella facciata da metodico impiegato comunale e leader della congregazione luterana, si nascondesse un predatore sessuale e un omicida seriale.

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Uno dei punti più toccanti e inquietanti del documentario riguarda il subconscio di Kerri e i vuoti della sua memoria. Analizzando oggi gli appunti del padre e confrontandoli con i propri ricordi d’infanzia, emerge in lei un dubbio atroce sulla possibilità di essere stata vittima di sevizie da bambina. Kerri ricorda che da piccola bagnava spesso il letto e viveva nel terrore costante di un “uomo cattivo” che entrava in casa, ma non ha ricordi nitidi di abusi diretti. Il film solleva un interrogativo psicologico profondo: si tratta del ricordo reale di un trauma subito o di una suggestione dovuta alla scoperta della mostruosità del padre?

Quel che è certo è che Kerri soffre di un grave Disturbo Post-Traumatico da Stress, alimentato dalla visione di prove fotografiche inequivocabili in cui il padre posava con i cadaveri delle sue vittime mentre praticava atti di bondage. Questa visione ha frantumato definitivamente l’immagine del genitore, lasciando al suo posto un vuoto incolmabile. Nonostante Dennis Rader sia stato condannato per dieci omicidi, confessati con una freddezza agghiacciante, Kerri non crede siano i soli reati commessi. La donna passa ore a studiare i diari del padre, convinta che tra quelle righe si nascondano indizi su altri delitti mai risolti, notando dettagli e caratteristiche che coincidono con casi rimasti aperti per decenni.

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“Mio padre, il killer BTK” è una produzione che accende una luce necessaria su una figura raramente analizzata nel genere true crime: i parenti dei serial killer. Ci mostra l’altra faccia della medaglia, quella di chi ha vissuto con il mostro vedendone solo piccoli accenni o spiragli di oscurità, senza mai poter comprendere l’abisso sottostante. Kerri Rawson ne esce come una donna distrutta dalla vita ma incredibilmente resiliente, capace di trasformare il suo dolore in una missione per aiutare le altre vittime e cercare una giustizia che suo padre continua, in parte, a negare.

In conclusione, questo documentario non è solo il resoconto di una scia di sangue, ma il ritratto psicologico di una donna che cerca di sopravvivere alle macerie della propria esistenza. La forza di Kerri Rawson risiede nella sua capacità di trasformare un’eredità mostruosa in una missione civile, diventando un ponte tra l’orrore indicibile del passato e la ricerca di giustizia per le vittime dimenticate. Guardare questa serie significa confrontarsi con una verità scomoda: il mostro non è sempre un estraneo nell’ombra, ma può avere il volto rassicurante di chi amiamo, lasciando ferite che nemmeno il tempo o le condanne possono rimarginare del tutto.

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Per chi volesse approfondire ulteriormente questa drammatica testimonianza, Kerri Rawson ha racchiuso il suo percorso di elaborazione e guarigione nel libro “A Serial Killer’s Daughter: My Story of Faith, Love, and Overcoming”. Al momento l’opera è disponibile solo in lingua inglese, ma rappresenta un tassello fondamentale per comprendere come una figlia possa sopravvivere a una verità così devastante. Attraverso le sue pagine, Kerri esplora il complesso legame tra la fede, l’amore filiale e il processo di superamento di un trauma che ha sconvolto non solo la sua vita, ma l’intera storia del crime americano, offrendo uno sguardo interno e inedito sulla figura di Dennis Rader.

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