Può un maratoneta scoprire che la vera vittoria non risiede nel tagliare un traguardo, ma nel saper deviare il percorso? In questa intervista entriamo nel mondo di Fabrizio Fergola, autore di Vince chi molla, edito da Santelli Editore. Attraverso il dialogo tra Mia, studentessa di filosofia, e Ginevra, ex podista, Fergola costruisce una storia di riscatto che sfida i dogmi della resilienza a tutti i costi. Un romanzo nato da un’ispirazione musicale e cresciuto intorno a un finale dirompente, capace di trasformare la fragilità in una forma inaspettata di potenza.
“Vince chi molla” sembra un paradosso, specialmente per un maratoneta che punta al muro delle tre ore. Come è nato questo titolo?
Il titolo è nato in modo completamente inaspettato. Avevo già finito di scrivere il romanzo, ma non riuscivo a trovare un titolo che mi rappresentasse davvero. Un giorno ero in macchina, la radio accesa distrattamente, e partì “Vince chi molla” di Niccolò Fabi.
Non so perché, ma quella volta mi sono fermato ad ascoltare il testo con attenzione. Le parole mi hanno colpito in modo diverso dal solito. Ho avuto la sensazione netta che quella canzone parlasse esattamente di Mia. Non in senso letterale, ma emotivo. Parlava del suo modo di stare al mondo, della sua fragilità e della sua forza, del suo imparare che a volte lasciare andare è l’atto più coraggioso che possiamo fare.
E lì ho capito. Per un maratoneta che insegue il muro delle tre ore, “mollare” sembra una sconfitta. In realtà, nel libro è il contrario: si vince quando si smette di lottare contro se stessi, quando si accetta di cambiare strada, quando si lascia andare ciò che non ci appartiene più.
Mia è una studentessa di Filosofia, Ginevra una ragazza madre ed ex podista. Perché ha scelto di unire due mondi apparentemente così distanti per raccontare questa storia di riscatto?
Mia vive nella testa: studia Filosofia, analizza, si interroga, cerca senso nelle parole e nei concetti. Ginevra vive nel corpo: è stata un’atleta, è una madre, conosce la fatica concreta, la responsabilità, la disciplina. Una sembra rappresentare il pensiero, l’altra l’azione. Ma la verità è che nessuna delle due è completa da sola.
Senza fare spoiler, il finale ribalta la prospettiva del lettore. Ha scritto il libro partendo da quel finale o la rivelazione è arrivata mentre la storia si dipanava?
Ho scritto il libro partendo dal finale.
Avevo in mente con grande chiarezza il messaggio che volevo lasciare al lettore. Non tanto l’evento in sé, quanto la sensazione che desideravo restasse dopo l’ultima pagina. Volevo che quel momento ribaltasse la prospettiva, che costringesse a rileggere interiormente tutto ciò che era accaduto prima.
Per me non era solo un colpo di scena narrativo. Era una presa di posizione.
Desideravo che il finale aprisse uno spazio diverso, quasi scomodo, in cui il lettore fosse chiamato a rimettere in discussione ciò che pensava di aver capito su Mia, su Ginevra e, in fondo, su se stesso.
Quali sono gli autori (o magari i filosofi, visto il percorso di Mia) che hanno influenzato maggiormente il suo stile?
Onestamente non ho mai scritto pensando a un modello preciso. Non mi sono seduto alla scrivania dicendo: “Voglio scrivere come qualcuno”.
Però, se devo rispondere d’istinto, direi Maxence Fermine. Amo il suo modo di scrivere: essenziale ma evocativo. Riesce a descrivere paesaggi e stati d’animo con poche parole, ma quelle parole restano.
Mi affascina la sua capacità di creare immagini delicate, quasi sospese, senza appesantire la narrazione. Credo che, inconsciamente, qualcosa di quel ritmo e di quella leggerezza sia entrato anche nel mio modo di raccontare.
Cosa spera che provi il lettore nell’esatto momento in cui chiude il libro e metabolizza il colpo di scena finale? Qual è il “seme” che vorrebbe lasciare in chi legge?
Spero che il lettore, nel momento in cui chiude il libro, provi un piccolo spostamento interiore.
Per me la cosa più importante è che capisca che tutto dipende dalla prospettiva con cui scegliamo di guardare le cose. Durante la lettura ognuno si sarà fatto un’idea su di lei, avrà preso posizione, forse avrà giudicato. Ma è solo alla fine che la sua identità si ricompone davvero. E in quel momento, inevitabilmente, cambia anche lo sguardo del lettore.
Mi piacerebbe che restasse un dubbio fertile: “E se avessi guardato tutto dalla parte sbagliata?”
Il seme che vorrei lasciare è proprio questo: la consapevolezza che mollare non è sempre una resa. A volte è un atto di libertà verso noi stessi. È il momento in cui smettiamo di inseguire ciò che pensiamo di dover essere e iniziamo ad ascoltare ciò che siamo davvero.
Dopo New York e questa profonda analisi del legame tra due donne, dove la porterà la sua prossima sfida letteraria? Ha già un nuovo “traguardo” all’orizzonte?
Scrivo per passione, non per strategia.
Non mi sono mai imposto un “piano editoriale” o una tabella di marcia. Scrivo quando ho la mente sgombra, quando sento che una storia chiede spazio. È un gesto libero, quasi necessario, e proprio per questo non voglio trasformarlo in pressione.
Detto questo, sì: sto già scrivendo altro. Non perché “debba” farlo, ma perché è arrivata un’altra storia. Sta crescendo senza fretta, con lo stesso rispetto con cui è nato Vince chi molla.
Non inseguo il prossimo traguardo come si inseguirebbe una medaglia. Preferisco pensare alla scrittura come a una corsa lunga, in cui ogni storia ha il suo ritmo e il suo tempo.
Continuerò a scrivere finché sentirò quella scintilla. Per me è lì che tutto comincia.
Con la stessa onestà e libertà con cui affronta la pagina bianca, Fabrizio Fergola ci invita a riconsiderare il significato di ogni nostra “corsa” quotidiana. Vince chi molla non è solo un titolo provocatorio, ma una bussola emotiva per chiunque stia cercando di ricomporre la propria identità oltre le aspettative altrui. Ringraziamo Fabrizio per averci guidato dietro le quinte di questo viaggio letterario e Santelli Editore per aver dato voce a una storia così profondamente umana. Non ci resta che attendere che la prossima “scintilla” diventi parola, augurando all’autore di continuare a correre con lo stesso passo libero e ispirato.
