C’era un titolo che fissavo da tempo nella mia lista Netflix, uno di quei “libri da vedere” (sì, perché prima di essere un film, è un’ossessione letteraria) che aspettava il momento giusto. Quel momento è arrivato quando l’ho visto svettare nella categoria dei candidati agli Oscar.
Nonostante avessi già acquistato il romanzo di Mary Shelley, non l’ho ancora letto, e non avevo mai approfondito altre versioni cinematografiche. Mi sono approcciata a questa visione , senza pregiudizi, e ne sono rimasta folgorata: è un film fatto meravigliosamente bene.
Il motivo della candidatura balza agli occhi fin dalle prime scene, grazie alla visione di Guillermo del Toro. Il regista trasforma questa classica storia gotica in un’indagine viscerale sull’anima, confermando il suo tocco unico nel raccontare l’umanità attraverso il fantastico. Il cuore pulsante dell’opera risiede però nelle interpretazioni straordinarie dei suoi protagonisti. Da un lato, Oscar Isaac, nel ruolo di Victor Frankenstein, riesce a dare un volto umano a un’ambizione che scivola lentamente nel terrore, restituendoci uno scienziato complesso e fragile anziché il solito folle stereotipato. Dall’altro, Jacob Elordi mette in scena una performance fisica e psicologica fuori dal comune nei panni della Creatura: il suo non è un mostro, ma un essere senziente che impara faticosamente a soffrire, rendendo ogni suo gesto un riflesso di una profonda e dolorosa scoperta del sé.
Uno dei momenti più potenti del film è il focus sulla consapevolezza della Creatura. Immaginate cosa possa provare un essere vivente nel momento in cui scopre di non avere un passato, di non essere nato da un atto d’amore, ma di essere stato assemblato con avanzi e scarti di cadaveri.
Il senso di rifiuto non è verso l’esterno, ma verso la propria stessa carne. La scoperta di essere “fatto di morte” crea un paradosso esistenziale: la Creatura è viva, ma è un mosaico di vite interrotte. Questa crisi d’identità lo porta a una solitudine assoluta, acuita dalla consapevolezza della propria immortalità indesiderata. Vedere il mondo finire mentre lui resta è la sua vera condanna.
Il film tocca vette di pura commozione nel rapporto con il vecchio cieco, un legame che rappresenta l’unico momento in cui la Creatura viene davvero “vista”. Poiché il suo interlocutore non può scorgere le cicatrici che ne deturpano il corpo, per lui quella creatura è semplicemente un uomo dotato di voce e di cuore. La morte di questo amico non è solo un lutto, ma il crollo dell’ultimo ponte con l’umanità: nel veder spirare chi lo aveva accettato senza pregiudizi, il mostro realizza con dolore che il mondo dei “vedenti” non avrà mai un posto per lui.
Eppure, un barlume di amore puro lo aveva già incontrato negli occhi di Elisabeth. La scena in cui la stringe tra le braccia mentre lei esala l’ultimo respiro è straziante: lui la guarda andare via, verso un altrove che gli è precluso, consapevole di non poterla seguire perché condannato a restare. È qui che emerge la natura tragica della sua esistenza: ogni volta che la morte sembra reclamarlo, lui torna a respirare. Le sue ferite si rimarginano, la carne si ricompone e lui torna a essere quel paradosso vivente che non appartiene più al regno dei morti, ma non trova pace in quello dei vivi.
Il culmine emotivo del film arriva però con l’inaspettato perdono verso il suo creatore. In un momento di estrema fragilità, Victor Frankenstein mette da parte l’orgoglio e gli chiede finalmente scusa, spirando mentre tiene per mano quella creatura che, per la prima volta, chiama “figlio”. Le sue ultime parole sono un invito alla speranza: gli raccomanda, se proprio non può morire, di provare a vivere davvero, di cercare la bellezza nonostante tutto. L’ultima immagine è di una potenza visiva rara: la Creatura volge il viso verso il sole e, mentre la luce scalda la sua pelle, capisce di dover camminare avanti, verso un proprio destino che non è più fatto solo di scarti e ombre, ma di vita e di luce.
In definitiva, questa versione di Frankenstein non è solo l’ennesima trasposizione di un classico, ma un viaggio spirituale che ci costringe a guardare dritto negli occhi ciò che consideriamo diverso. Uscire dalla visione di questo film significa portarsi dentro il calore di quel sole finale e la consapevolezza che, dietro ogni “mostro”, si nasconde il desiderio universale di essere amati e riconosciuti. È un’opera che cura le ferite della Creatura attraverso il perdono e che trasforma il dolore del Creatore in una commovente richiesta di pace. Se cercate un film capace di parlarvi di vita proprio partendo dalla morte, non lasciatevelo sfuggire: è una di quelle storie che, una volta incontrate, restano impresse sulla pelle, proprio come le cicatrici del suo indimenticabile protagonista.
