Il documentario Netflix che ripercorre il caso Safra non è solo la cronaca di un omicidio, ma un viaggio nei corridoi del potere e della paranoia nel cuore del Principato di Monaco. Edmond Safra, uno degli uomini più ricchi del pianeta, viveva prigioniero della sua stessa paura e del morbo di Parkinson in una villa che era stata trasformato in una fortezza inespugnabile. Quella dimora, difesa da ex membri delle forze speciali e sorvegliata da telecamere termiche, avrebbe dovuto essere il posto più sicuro della Terra, eppure si trasformò in una trappola mortale in una notte dove tutto ciò che poteva andare storto, lo fece in modo sospetto.
Il primo elemento che scardina ogni logica è l’assenza della scorta. In una residenza dove la sicurezza era un’ossessione millimetrica, proprio quella sera tutto il personale specializzato aveva ricevuto il permesso di non lavorare, lasciando il miliardario nelle mani di due soli infermieri. Tra questi c’era Ted Maher, un americano dal passato militare che, secondo la versione ufficiale, avrebbe architettato un piano folle per passare da eroe agli occhi del suo datore di lavoro. Maher raccontò di essere stato aggredito da intrusi e non di essersi ferito con un coltello per dare credibilità alla minaccia, ma la sua decisione successiva fu quella che segnò il destino di Safra. Invece di far scattare i protocolli di difesa, decise di appiccare un incendio in un cestino dei rifiuti per attivare i sensori di fumo, sperando nell’arrivo immediato dei soccorsi.
Ciò che seguì fu una sequenza di eventi surreale. La polizia di Monaco, solitamente efficiente e rapida, rimase bloccata all’esterno per ben tre ore. In questo lasso di tempo infinito, Edmond Safra e l’infermiera Vivian Torrente rimasero sigillati nella panic room, morendo lentamente per asfissia mentre l’appartamento bruciava. La dinamica tra Safra e sua moglie Lily, che si trovava in un’altra ala della casa e si salvò, aggiunge un ulteriore strato di mistero. Nonostante lei lo esortasse a uscire, Edmond rimase barricato: i suoi fratelli spiegarono in seguito che la coppia comunicava tramite un codice segreto per cui, se lei diceva “esci”, il segnale reale per lui era di restare al chiuso. Il banchiere si sarebbe fidato solo delle sue guardie, ma le guardie non arrivarono mai.
La figura di Ted Maher rimane la più controversa dell’intera vicenda. Condannato dopo una confessione firmata in una lingua che non diceva di non conoscere, l’infermiere denunciò in seguito di essere stato incastrato in un complotto molto più grande. Parlò di minacce alla sua famiglia e di ordini ricevuti per lasciare aperte le serrande della villa proprio quella sera. La sua credibilità, già fragile, crollò definitivamente dopo la sua rocambolesca fuga dal carcere monegasco, terminata quasi subito a causa della sua ingenuità nel contattare i propri cari, permettendo alla polizia di rintracciarlo a Nizza.
Il capitolo finale di questa storia non si chiude con l’uscita di prigione dopo dieci anni. Tornato negli Stati Uniti e protetto da una nuova identità, Maher è finito nuovamente dietro le sbarre con l’accusa di aver assoldato un sicario per uccidere la sua ex moglie. Anche in questo caso, l’uomo ha gridato alla cospirazione, lasciando chiunque osservi la sua vita nel dubbio più totale. Alla fine della visione, ciò che resta non è una verità giudiziaria solida, ma un senso di profonda confusione. Tra testamenti miliardari cambiati poco prima del disastro e omissioni inspiegabili, il caso Safra dimostra che, nonostante le mura di cemento armato e i conti in banca infiniti, la vulnerabilità umana non conosce confini, rendendo il re e il servo uguali davanti a una fine così assurda e solitaria.
