Giulio Galli: “Prendo spunto da ciò che mi incuriosisce, cercando declinazioni sempre diverse del thriller” #Intervista

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Giulio Galli vive a Romentino, in provincia di Novara. Diplomato al Liceo Scientifico, si è laureato in Lettere e lavora come redattore e coordinatore editoriale per De Agostini da una ventina d’anni. Le sue grandi passioni, oltre a quella per il lavoro, sono le serie televisive, i quotidiani e lo sport, in particolare il calcio: la sua squadra del cuore è ovviamente il Novara Calcio.

Quando hai capito che volevi diventare uno scrittore?

Trovo più adatta la parola “autore” rispetto a “scrittore”. Uno scrittore vive della sua arte, io sono solo un piccolo artigiano che scrive storie per diletto. Devo avere ancora in giro il mio primo racconto, scritto a dieci anni, che parla di uno scoiattolo che vuole imparare a volare. Fu però un caso isolato. Ho deciso di cimentarmi seriamente con la scrittura una quindicina d’anni fa, perché lavorando in una casa editrice avevo a che fare con autori di fiction e mi pareva bellissima l’idea di vedere nelle mani dei lettori una mia opera di fantasia.

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Cosa ti ispira a scrivere?

Prendo spunto da ciò che mi incuriosisce, cercando declinazioni sempre diverse del thriller: adrenalinico, psicologico, politico, futuristico. L’ultimo romanzo che ho pubblicato, Io non posso uccidere, nasce dal mio interesse per l’Intelligenza Artificiale, materia di cui anni fa non parlava nessuno e oggi è sulla bocca di tutti.

Qual è il tuo processo di scrittura e come ti organizzi per scrivere?

Il mio metodo è questo: trovo l’idea giusta, individuo un punto di partenza e di arrivo (la soluzione del thriller), organizzo una “scaletta” di massima con i vari “ingredienti” dell’opera (personaggi, sfondo, colpi di scena, evoluzione generale della storia). Poi comincio a scrivere, puntando su una routine: tutte le settimane cerco di creare almeno una pagina. Se si riesce a essere continuativi, approfittando delle ferie, in un paio d’anni si arriva a completare la prima stesura. Ci saranno molti cambiamenti in corso d’opera, e alle fine la storia sarà in parte diversa da quanto era stato ipotizzato all’inizio, ma è normale. Servono pazienza, perseveranza, fantasia, attenzione ai dettagli e molta documentazione, per essere verosimili.

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Come nasce la serie de “Il reality della paura”?

Inizialmente non doveva essere una quadrilogia, lo è diventata perché alla fine del primo volume mi sono accorto che i due protagonisti, il buono Harry Miller e la cattiva Lady Nightmare, avevano entrambi un mondo ricco da esplorare. Ne L’ultimo bersaglio ho approfondito il personaggio di Harry, in Tutti i gradini del Male quello della Regina del Crimine, e li ho resi protagonisti “alla pari” nel quarto volume.

Come hai scelto le tematiche presenti nel libro?

L’idea era creare un Reality con morti veri, in sé non originale. Ciò che è piaciuto ai lettori secondo me è stato il tentativo di rendere verosimile una situazione “impossibile”, fornendo spiegazioni razionali a ogni situazione, spingendo sul coinvolgimento del lettore (che è lì, sull’isola, in mezzo ai concorrenti, e si chiede cosa farebbe al posto loro), e creando un meccanismo adrenalinico con un ritmo molto rapido e un crescendo di tensione e di omicidi. I temi principali sono quelli classici: 1) persone normali in situazioni drammatiche ed eccezionali; 2) “di chi posso fidarmi?”; 3) “cosa sono disposto a fare pur di sopravvivere?”.

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Quale scena hai amato maggiormente scrivere?

Se parliamo dei quattro titoli della quadrilogia, la scena che ho amato maggiormente scrivere non è una scena drammatica: ne La chiave dell’abisso la Regina del Crimine incontra sua figlia, abbandonata alla nascita per consentirle una vita normale. Nel capitolo “Una madre, una figlia” Emma si accorge di essere seguita e affronta senza paura, a quattordici anni, colei che intuisce subito essere la sua vera madre. Tra le due si crea un legame, istintivo, che diventa addirittura più forte quando la figlia scopre il passato terribile della donna. La ragazza è fondamentale per l’evoluzione definitiva (in positivo) del personaggio di Lady Nightmare.

Quale è stata invece la più complessa?

Più che una singola scena, ricordo che fu difficile orchestrare la trama de La chiave dell’abisso perché dovevo sciogliere tutti i misteri emersi nei precedenti tre titoli, la storia era ricchissima di azione e personaggi e tutto doveva essere organizzato come un orologio svizzero per sfociare in un finale convincente. 

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Come nasce il personaggio della Top Killer? Quanto questo personaggio è complesso e sfaccettato?

Il personaggio della Top Killer finora è quello cui sono più affezionato, perché l’evoluzione dal primo al quarto volume è a mio avviso notevole. Sembrava una cattivissima senza possibilità di redenzione, poi è diventata una cattiva un po’ forzata dalle circostanze, e infine una persona in grado di redimersi nel migliore dei modi. La sfida era rendere alla fine simpatico un personaggio odioso e antipaticissimo. Non è simpatico il cattivo, sarebbe diseducativo: è simpatico chi riesce a diventare una persona degna di rispetto, dopo essere stato un terribile delinquente. Chissà, può essere che un giorno scriva un nuovo romanzo incentrato sulla Top Killer: le potenzialità di questo personaggio sono infinite.

Parlando di “Io non posso uccidere”, il protagonista è un umanoide super evoluto. Quanto questo personaggio è umano pur non potendolo essere?

In questo caso la sfida era rendere umano un personaggio non umano. Anche qui l’evoluzione di Saul, questa volta all’interno di un unico volume, è significativa: Saul osserva e impara, come un bambino, ma molto più rapidamente. Saul non ha un’anima, ma capisce che esistono un Bene e un Male, e le sue azioni non sono prive di conseguenze. Oggi gli umanoidi sono totalmente privi di autocoscienza, però è anche vero che si evolvono in modi impensabili fino ad alcuni anni fa, come del resto l’Intelligenza Artificiale. In Giappone i robot con sembianze umane vengono preferiti da molti anziani giapponesi come “istruttori” nei corsi di ginnastica, perché non giudicano e non rimproverano. Sorridono e fanno sentire a loro agio gli umani. Questo potrebbe essere un primo segnale di “umanizzazione”, più percepita che reale, dei robot. Secondo me non è escluso che un giorno le macchine possano agire autonomamente, si spera guidate da saggezza, razionalità, altruismo.

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Quale libro pensi sia il tuo più riuscito della serie e degli autoconclusivi?

Difficile rispondere. Sono particolarmente affezionato a “Tutti i gradini del Male” perché è un thriller psicologico con molti momenti coinvolgenti.

Progetti futuri?

Il mio prossimo romanzo sarà un thriller sportivo, ambientato nel mondo del calcio. Lo sto ultimando adesso in prima stesura, confido possa essere pubblicato nel 2025.

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Qual è il tuo sogno letterario?

Scrivo per essere letto: il sogno è creare un’opera talmente valida da poter essere apprezzata da milioni di lettori. Se le mie storie possono aiutare i lettori a mettere da parte gli affanni, a distrarsi, a divertirsi, a imparare qualcosa che non sapevano, ho raggiunto il mio scopo.

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