Paolo Ruffilli: “Scrivo e riscrivo finché non sento che il testo funziona” #Intervista

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Ben tornati a tutti lettori, oggi torno con una piacevole intervista all’autore Paolo Ruffilli.

Paolo Ruffilli è nato a Rieti nel 1949,
ma è originario di Forlì e vive dal 1972 a Treviso. Si è laureato in lettere presso l’università di Bologna. Per anni ha collaborato alle pagine culturali dei quotidiani “Il Resto del Carlino”, “Il Giornale”, “La Repubblica”, “Il Gazzettino”.

Fa il consulente editoriale. Per vent’anni ha lavorato per l’editore Garzantie oggi dirige la collana di poesia Biblioteca dei Leoni. Autore di romanzi e di racconti, è conosciuto a livello internazionale per i suoi libri di versi tradotti in molte lingue.

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Come nasce la tua passione per la scrittura?

Da lettore, molto presto, tra i 5 e i 6 anni, frequentando la grande biblioteca di casa. E ho cominciato a scrivere poesie e brevi racconti a imitazione di quello che leggevo. Ero anche un narratore orale, nel senso che a scuola il maestro si serviva della mia capacità di inventare storie in presa diretta per intrattenere i compagni nei momenti in cui lui si riposava.

Quali sono i tuoi generi letterari preferiti, sia come autore che come lettore?

Tutti senza distinzione, ma inizialmente soprattutto narrativa e poesia, poi via via il teatro, la saggistica. Prima come lettore e in seguito come autore.

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C’è un autore o un libro in particolare che ha influenzato il tuo stile o la tua ispirazione?

Non direi. È stata la frequentazione di ogni forma di letteratura che ha prodotto nel tempo l’angolatura particolare secondo cui scrivo. Intendiamoci, per me scrivere è ricercare, è una pratica esoterica, non ha niente a che fare con il “mercato” della letteratura. Certo, pubblico libri anch’io ma come risultato di mie ricerche personali e non in cerca di pubblico. Se c’è, ben venga. Ma il mio riferimento è quello che si dice “lettore forte”.

Come descrivi il tuo processo creativo? Come ti approcci alla scrittura di un nuovo libro?

La scrittura, nel mio caso, ha bisogno di tempo. C’è una specie di “stagionatura” di cui necessita per dare il meglio di sé, a partire dall’idea iniziale che può essere messa in moto da qualsiasi stimolo. È sempre qualcosa che si sviluppa in modo ossessivo e si organizza attraverso un ritorno continuo. Scrivo e riscrivo finché non sento che il testo funziona. Il problema è lo stile, non è il contenuto. Nel senso che quello che si dice conta per come lo si dice. E per me la scrittura deve essere anche una partitura musicale.

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Quanto tempo dedichi alla scrittura? Hai una routine specifica?

Tutto il tempo che serve, quando ne sento la necessità. In ogni caso, lavoro anni a quello che scrivo, e possono essere cinque o dieci anni e anche di più. Ma da sempre lavoro in parallelo a cose diverse (poesia, narrativa, saggistica), ma ciascuna nel suo ambito, su tavoli diversi (che sono poi i miei tre computer).

Qual è stato il tuo libro più difficile da scrivere? E il più gratificante?

Direi quello al quale sto lavorando da più di quindici anni: un testo in cui mescolo narrazione, poesia, saggistica, teatro, di cui però non dico altro per ora. Ed è sicuramente il più gratificante.

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Quali consigli daresti a un aspirante scrittore?

Quello di leggere. Accade invece sempre più spesso che si possa scrivere senza leggere. Un errore di prospettiva, perché anche se uno ha talento è la lettura che lo coltiva e lo fa maturare. Non c’è grande scrittore che non sia stato grande lettore, sterminato lettore.

Qual è la genesi del tuo ultimo libro? Da dove è nata l’idea?

La grande letteratura di tutti i tempi, in una chiave saggistica: si intitola “Maschere e figure”, è un repertorio dei tipi appunto letterari. Lettore fin da piccolo dello sterminato repertorio della grande letteratura mondiale, da un certo momento in poi ho cominciato a raccogliere in uno zibaldone le mie impressioni e reazioni rispetto ai personaggi, eroi maggiori e minori, buoni e cattivi, che popolavano la scrittura dalla quale ero coinvolto. Riattraversando quello zibaldone, ho deciso di dare corpo a un discorso che analizzasse i personaggi dei grandi libri in funzione dei prototipi lontani da cui ha preso avvio l’avventura letteraria, raccontandoli in forma semplice e piana.

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Qual è stata la parte più impegnativa del processo di scrittura di questo libro?

Riprendere in mano quello zibaldone di considerazioni e riattraversandolo proporne una sintesi adeguata, come occasione di recupero e di confronto per gli amanti della lettura. Mi è parso vincente il progetto di riattraversare la grande letteratura attraverso i suoi personaggi, maggiori e minori, nella prospettiva anche di quell’indagine delle personalità e delle psicologie che ha sempre impegnato gli scrittori di tutti i tempi. E il progetto ha messo in moto tutta una serie di riletture, per verificare le impressioni del momento e possibilmente approfondirle, oltre che indirizzarle sulla via di quella divisione per “tipi” secondo cui è costruito il libro.

Progetti futuri?

Il romanzo complessivo di cui parlavo prima e al quale lavoro da più di quindici anni.

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