Netflix e il caso Lucy Letby: quando il documentario fallisce la sua missione

Se siete appassionati della storica serie di cronaca nera su Netflix, sapete bene quanto solitamente sia alto lo standard qualitativo: indagini minuziose, prove schiaccianti e una regia che riesce a trasformare fatti di cronaca complessi in narrazioni lucide. Purtroppo, l’ultimo capitolo dedicato a Lucy Letby, l’infermiera condannata per l’omicidio di sette neonati nel Regno Unito, rompe questa striscia positiva. Nonostante le aspettative, ci troviamo di fronte a quello che è probabilmente il prodotto meno riuscito della serie, un lavoro che invece di fare luce finisce per confondere ancora di più le acque.

Il profilo di Lucy Letby: l’insospettabile “ragazza della porta accanto”

Per comprendere appieno perché questo caso abbia sconvolto l’opinione pubblica britannica, bisogna guardare alla biografia della sua protagonista. Nata nel 1990 a Hereford, Lucy Letby è cresciuta in un contesto apparentemente idilliaco come figlia unica di una famiglia della classe media. Descritta da amici e colleghi come una ragazza studiosa, seria e profondamente legata ai genitori, è stata la prima della sua famiglia a frequentare l’università. Dopo la laurea in infermieristica pediatrica a Chester nel 2011, la sua carriera sembrava lanciata verso il successo in un ambito delicatissimo: la terapia intensiva neonatale del Countess of Chester Hospital.

Nulla nella sua vita privata sembrava presagire una deriva violenta. Letby frequentava lezioni di salsa, faceva volontariato e veniva spesso citata come un’infermiera modello, tanto da diventare in passato il volto di alcune campagne di raccolta fondi dell’ospedale. È proprio questa immagine di normalità assoluta, definita da alcuni media come “beige” o “ordinaria”, a rendere il documentario Netflix ancora più frustrante. Il film prova a scavare in questa superficie pacifica ma fallisce nel trovare un movente o una spiegazione psicologica convincente, limitandosi a mostrare i biglietti scritti a mano ritrovati a casa sua dopo l’arresto, in cui l’infermiera si definiva “malvagia” e “incapace”.

Tuttavia, queste confessioni scritte, che l’accusa ha usato come prova schiacciante, vengono oggi messe in discussione da chi sostiene che fossero solo lo sfogo di una donna distrutta dal peso di un’indagine che la vedeva come unico bersaglio. Senza un passato turbolento o segnali d’allarme precedenti, il documentario ci lascia con un vuoto narrativo incolmabile: o Lucy Letby è la serial killer più fredda e impenetrabile della storia moderna, o siamo davanti a un errore giudiziario nato dal bisogno di dare un volto umano a una serie di tragedie ospedaliere sistemiche.

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Il difetto principale del documentario risiede in una costruzione narrativa incerta, che sembra riflettere la natura stessa di un processo basato quasi interamente su prove indiziarie e statistiche. A differenza dei casi americani a cui siamo abituati, dove spesso il colpevole emerge attraverso prove forensi definitive, qui ci si muove in una nebbia di dubbi che la regia non riesce a diradare. Durante la visione, la sensazione di incompletezza è costante: non si capisce mai fino in fondo come siano andate davvero le cose, e questo non per una scelta artistica di voler lasciare il finale aperto, ma per una reale mancanza di solidità nel racconto.

La delusione più grande deriva dal modo in cui vengono trattate le ombre che ancora avvolgono l’intera vicenda. Il documentario accenna ai gravi problemi strutturali dell’ospedale, suggerendo che la giovane infermiera possa essere stata trasformata in un capro espiatorio per coprire fallimenti gestionali ben più ampi. Tuttavia, queste piste non vengono mai approfondite con il rigore necessario, lasciando lo spettatore con l’inquietante sospetto che la Letby possa essere stata incastrata da un sistema che aveva bisogno di un colpevole rapido e mediatico.

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In definitiva, la sensazione è che si sia voluta cavalcare l’onda del clamore mediatico troppo presto, mentre le indagini e i ricorsi legali sono ancora in pieno svolgimento. Girare un documentario in questo modo, senza una tesi forte o una ricostruzione chiara, appare come una scelta editoriale azzardata che non rende giustizia né alla verità storica né al dolore delle famiglie coinvolte. Più che un’opera di approfondimento, ci troviamo davanti a un racconto frammentato che solleva troppi dubbi senza aver la forza di risolverli, lasciando il pubblico con l’idea che forse, per questa storia, sarebbe stato meglio non accendere affatto le telecamere.

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