
(Modena 1971) editor freelance, è collaboratrice esterna della testata culturale «L’Altro Femminile. Donne oltre il consueto». Ha fondato e segue il gruppo Facebook “I Parolanti”, in cui si sono aggregati personaggi più o meno esordienti per esercitarsi nell’arte della scrittura e trovare confronto. Il suo ultimo libro è Borderline. Peccatori senza colpa (Bré Edizioni, 2022).
Come si è avvicinata alla scrittura?
Scrivo da sempre, da quando ero piccola piccola. Con mia cugina, più grande di me di sette anni, ci divertivamo a fare degli albi a fumetti. Io facevo i disegni e insieme decidevamo cosa scrivere; poi, siccome mio padre è sempre stato legato al mondo della scrittura, per me è stata una naturale estensione della mia personalità. Volevo essere come lui, era il mio idolo, anche se poi da grande ho scoperto che ha passato tutta la vita a scrivere unicamente un solo trattato di economia. Ma da piccola mi dicevano che era uno scrittore, e tanto è bastato.
Da adolescente scrivevo diari e poi ho iniziato con i racconti. All’università ho avuto anche un breve periodo in cui mi sono dedicata anche alla poesia ma non ne ho prodotte più di una ventina, e lette adesso mi sembrano tutte abbastanza puerili. La poesia, quella vera, è una materia delicata che necessita di grandi capacità e una cultura sterminata. Con la storia dei versi sciolti chiunque abbia contezza dell’alfabeto si sente autorizzato a mettere giù righe sparse, ma non basta andare a capo per fare poesia e nemmeno far rima.
L’idea di un romanzo l’ho sempre avuta, ma solo da quando ho iniziato a fare la editor ho avuto la spinta giusta per mettermi in gioco. Vedendo quello che gira, ho avuto la presunzione di saper fare meglio.
Non è così: anche gli editor hanno bisogno di editor. Lo dico col sorriso, ma è la verità. E quando dico editor non intendo la cugina insegnante di lettere al liceo. Intendo proprio un editor che lo faccia per mestiere.
Che cosa l’ha spinta a scrivere un romanzo su un tema così delicato e controverso come
il suicidio assistito?
Ho avuto una zia, una zia a me molto cara, quasi una seconda madre, malata di sclerosi multipla che aveva firmato un contratto con una clinica svizzera nel caso si fossero verificate le condizioni per ricorrere a una decisione risolutiva.
Mia zia, alla fine della sua vita era uno straccio: la prendevi a braccetto, non solo perché ormai non vedeva più nulla, ma aveva perso completamente la facoltà dell’equilibrio, oltre a tante altre brutte cose, e sembrava di sorreggere un abito vuoto, una foglia al vento. Per fortuna sua e direi anche nostra il destino ha deciso diversamente e se ne è potuta andare velocemente e senza rendersene conto, ma noi abbiamo convissuto con il fantasma della clinica svizzera per decenni.
Qual è stato il processo creativo che l’ha portata a dare vita a questo romanzo?
Avevo delle storie da raccontare, in parte vissute, ovviamente esacerbate per la narrazione, e mi mancava un filo conduttore perché si trattava di episodi di vita. Quindi ho scelto di creare un filo che unisse le storie, le quali altrimenti sarebbero state frammentate e senza senso. Alcune sono vissute in prima persona, altre volte racconti altrui, altre completamente inventate. Quello che mi importava era far capire che si può arrivare a non avere più un motivo di vivere, specie se si è stati protagonisti di una vita molto intensa, fatta di alti e bassi, problemi e situazioni a volte molto difficili. Viviana è stanca. Non ha più voglia di mettersi in gioco, nella vita ha fatto, avuto e dato troppo. Questo volevo trasmettere e spero di esserci riuscita. Anche se nella realtà io vengo da una famiglia di sole donne e tutte guerriere, ma a volte anche i guerrieri più indomiti crollano e non riescono o non vogliono più rialzarsi.
Viviana è un personaggio ispirato a una storia vera o è frutto della sua immaginazione?
Come detto, nel romanzo ci sono storie vere, appositamente ritoccate, storie altrui e altre inventate di sana pianta.
Come ha costruito il personaggio di Viviana? Quali sono le sue caratteristiche più importanti?
Viviana ha gli stessi problemi psichici e psicologici che ho avuto io, non è stato difficile costruirla. Mi è bastato immaginare come sarebbe la mia vita se dovesse venire a mancare mio marito e dovessi avere una ricaduta. Viviana, come me, è una ex borderline affetta da sempre da un accenno di depressione maggiore che con la perdita di tutti gli affetti diventa un vuoto insostenibile. È una donna determinata e non ha mai avuto paura della morte. Affronta questo viaggio in modo quasi leggero, portando con sé i suoi diari passati che saranno destinati a sparire dal mondo prima dell’ultimo gesto.
Perché ha scelto di farla viaggiare in treno? Qual è il significato simbolico di questo mezzo di trasporto?
Io adoro viaggiare in treno, le ferrovie italiane hanno quasi sempre la stazione nei centri storici delle città e col treno si arriva ovunque senza l’ansia dei pirati della strada. Inoltre, nel caso specifico del libro, mi serviva il modo e il tempo per darle la possibilità di rileggere il suo passato con calma. Cosa meglio di un treno? Poi l’automobile, ammesso che avessi deciso di farla solamente riflettere sul suo passato, dove l’avrebbe lasciata una volta arrivata in Svizzera? Avrebbe potuto farsi accompagnare ma non voleva recare disturbo ad alcuno. Doveva essere
un viaggio solitario oltretutto, quindi ecco il treno.
Ho viaggiato molto in treno nella mia vita. Fin da piccina quando andavo a trovare i miei parenti da Modena a Parma. Le prime volte veniva a prendermi mio padre, ma poi ho iniziato presto ad andare da sola. C’era chi mi accompagnava in stazione e chi mi veniva a prendere. Comodissimo. Non so se chi legge ricorda ancora i treni coi seggiolini di legno e i biglietti, non più grandi di 5 cm per due, di cartoncino rigido che il controllore forava. Io ho iniziato a viaggiare in treno già allora e non è che io sia Matusalemme, anche se ho la mia età, è solo che le cose negli anni ‘70 del ‘900 e nei primi vent’anni del nuovo millennio sono cambiate veramente in fretta.
C’è poi da aggiungere che le fermate intermedie tra il punto di partenza e la destinazione finale sono un po’ come le tappe della vita di chiunque, in questo caso di Viviana, come se la vita non fosse che una corsa in treno destinata a finire da qualche parte, per alcuni in pianura, per altri in montagna, per alcuni breve, per altri lunga. Insomma, mi sembrava il mezzo ideale per farle leggere i diari e farle fare delle pause.
Come ha gestito l’equilibrio tra la narrazione degli eventi e l’esplorazione del mondo interiore del personaggio?
Ho cercato, e non sono sicura di esserci riuscita fino in fondo, di dare peso agli intermezzi tra un racconto e l’altro della sua vita. Farla riflettere, farla pensare, anche al suo stato mentale rispetto agli eventi passati. Fare sì che ogni sosta tra la lettura di una pagina di diario e l’altra fossero delle esplorazioni emotive. Ci ho provato ma non è stato affatto semplice e, mi ripeto, non so se ci sono riuscita. Viviana non è mia zia, ha una malattia mentale non fisica e spiegarlo è molto difficile. Spiegarlo al mondo e ai lettori. Se quando ho la febbre prendo la tachipirina è giusto anche che, quando sto male mentalmente, io ricorra agli strumenti adatti. Se abbiamo pietà dei nostri animali domestici ricorrendo all’eutanasia quando non c’è più nulla da fare e stanno solamente soffrendo, perché non dovremmo accedervi anche noi?
Pensa che il suo romanzo possa contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema?
Me lo auguro fortemente, ma dopo aver accompagnato il mio editore a una fiera mi sono resa conto che la gente non vuole leggere storie come questa. A parte che c’è un grosso fraintendimento, nel senso che il libro parla più di vita che di morte, perché descrive i suoi primi quarant’anni più che non il momento da lei scelto per concludere la sua vita, anzi, non ne parla affatto.
Credo fermamente al diritto di poter scegliere fino a che punto soffrire di una eventuale patologia, fisica o mentale che sia. Ovviamente la storia di mia zia è stata fondamentale per costruirmi una personale etica in tal senso.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Ho almeno tre libri in testa ma nessun tempo per metterli giù, uno in collaborazione con il mio amico e scrittore Friedrich Friede, distopico solarpunk, un esperimento che non vedo l’ora di portare a termine ma che, appunto per mancanza di tempo, sta andando un po’ per le lunghe.
Un altro che dovrebbe essere la raccolta delle vite alternative, stile Sliding doors, che una persona avrebbe potuto avere se le cose in certi momenti della vita fossero andate in un certo modo piuttosto che in un altro e, attraverso la narrazione delle vite possibili, descrivere la vita reale del personaggio.
Un terzo che riguarda la strampalata vita di mio padre genio o pazzo che sia stato, ma per il quale devo fare molte ricerche.
Purtroppo, ho due lavori e quest’anno mi sono anche iscritta alla magistrale di editoria a Reggio Emilia, quindi tempo per scrivere per un po’ non ne avrò, ma posso costruire le trame nella mia testa ed è quello che faccio quasi tutti i giorni della mia vita da quando ho coscienza della mia esistenza in questo mondo.