Alex Armuschio nasce a Torino nel 1984, l’anno in cui l’Hellas Verona comincia la rincorsa al suo unico scudetto e in cui esce al cinema Dune, il peggior film di sempre di David Lynch. Comincia a suonare il pianoforte fin da piccolo e questo fa crescere in lui un amore smisurato per la Musica. Negli anni ha suonato negli Ossi Duri e negli Ainur, collaborando con numerosi artisti del calibro di Elio e di Claudio Bisio. La Musica non ha scadenza è il suo esercizio di scrittura derivato da una necessità impellente: raccontare la storia di Silvano Garrè.
Come è nata la tua passione per la scrittura?
Credo che la passione per la scrittura sia una strettissima conseguenza della passione per la lettura. Chi legge prima o poi sentirà nascere in testa la necessità di mettere per iscritto le sue idee e le sue storie. Inoltre scrivere deriva dalla necessità di comunicare: io ho sempre scritto e creato prima con la Musica, poi con i testi e le liriche delle canzoni, poi sono arrivati i social network che hanno tantissimi difetti, ma sicuramente hanno il grosso vantaggio di essere un luogo dove si può scrivere continuamente e dove si ha un pubblico continuamente disposto a leggere. Poi è chiaro che dallo scrivere al diventare uno scrittore ci sono altri passi da fare e non sempre sono di poco conto.
Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare come scrittore?
Prima di tutto, il tempo. Scrivere porta via tempo. Rileggere ancora di più. In questo mondo che va sempre di fretta, trovare momenti di concentrazione in cui potersi immergere nella storia che si sta creando è sempre più complicato, soprattutto per chi si appresta a fare lo scrittore e non lo è già di professione. Io posso dire di essere stato “fortunato” ad aver avuto un brutto incidente in moto ed essere stato costretto per 3 mesi in ospedale durante il periodo del Covid. Cosa fare in quel tempo? Ho composto un album di Musica mia, ho finito questo libro che avevo iniziato molto tempo prima e poi va beh, ho anche guardato le Olimpiadi e gli Europei che l’Italia ha vinto. Oltre a questo, la sfida che metterei al secondo posto è sicuramente l’obiettività. Immagino che tutto quello che ognuno di noi crea ci sembri la cosa più bella del mondo però potrebbe non esserlo per gli altri. Tuttavia, la necessità di sospendere il giudizio e chiederlo ad altri è molto difficile. Io devo ringraziare mia moglie Barbara, la prima e più importante lettrice e giudice della mia creatività perché sa essere comprensiva, ma diretta e onesta. Dopodiché consiglio a tutti quelli che vogliono diventare scrittori di affidarsi a dei professionisti, come a me è capitato con Eleonora Marsella di Be Strong e il suo team: senza di loro sarebbe stato tutto molto più lungo e complicato.
Come è nata l’idea per “La musica non ha scadenza”?
L’idea del libro è nata parecchi anni fa con il mio gruppo musicale, gli Ossi Duri. Abbiamo scritto un album strumentale, senza testi delle canzoni, e per dare un’ambientazione a questa Musica abbiamo creato la storia di Silvano Garrè e di Luogo Comune. L’album si chiama “Scadenza Perfetta” e si trova sulle piattaforme digitali e in edizione fisica sul sito degli Ossi Duri. Era il 2009 ed eravamo molto delusi dalla strada che stava prendendo la Musica, noi che arrivavamo dalla Musica di Frank Zappa, dal jazz, dal progressive, dal rock e dalla Musica umoristica di Elio e Le Storie Tese. Mai avremmo pensato che la situazione sarebbe ancora peggiorata: all’epoca volevamo solo creare una storia su un ipotetico paese in cui la Musica, quella vera, era stata vietata per fare spazio solo a quella commerciale. Il mondo di oggi è diventato così, in pratica, l’unica differenza è che non c’è un vero e proprio divieto, quanto un controllo del mercato che porta a mancanza di diffusione, con l’ovvia conseguenza dell’assopimento della creatività e dell’appiattimento dell’offerta, che in un ambiente artistico come quello musicale è una delle piaghe peggiori. Vedremo se arriverà anche per noi un Silvano Garrè a salvarci.
Cosa rappresenta per te il personaggio di Silvano Garrè?
Silvano Garrè è la genuinità fatta a persona: narrativamente è un personaggio che scombina le carte e che rappresenta il fulcro del racconto. Come figura, invece, è quello che tutti noi dovremmo essere. Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Come possiamo sostenerlo noi senza fare torto a qualcuno? E quindi Silvano Garrè non giudica, non prende parti: in realtà non pensa proprio. Ho vissuto e lavorato in ambienti con persone il cui unico obiettivo delle giornate era trovare qualcosa da criticare e negli ambienti artistici, di cui io conosco abbastanza bene quello musicale, questa prassi è amplificata. Silvano Garrè è anche questo, la rappresentazione del menefreghismo del pregiudizio. Oltre a questo, Silvano Garrè rappresenta anche una conseguenza: gli abitanti di Luogo Comune, non essendo più abituati alla Musica vera, ma solo a quella elettronica e finta, sentendo Silvano Garrè si innamorano pur essendo Silvano Garrè un musicista mediocre. L’antagonista del libro, invece, ascolta Musica colta in segreto dal resto del paese e sentendo le melodie di Silvano Garrè riconosce la non eccezionalità del cantautore. Questo è quello che accade quando impoveriamo la cultura, ci si appiattisce e ci si accontenta.
Perché hai scelto di ambientare la storia in un luogo immaginario chiamato “Luogo Comune”?
Inizialmente l’idea è nata solo ed esclusivamente per far sorridere: Luogo Comune è una cittadina in provincia di sé stessa, dove si stava meglio quando si stava peggio e dove non ci sono più le mezze stagioni. Era un posto perfetto per un racconto surreale come “La Musica non ha scadenza”. Poi pian piano è diventata molto più reale del previsto e piena di quelle contraddizioni che si vedono tutti i giorni uscendo di casa. Uno dei luoghi più ricorrenti del libro è il bar Toltevigo che altro non è che l’anagramma di Givoletto, il paese dove io e gli altri ragazzi del mio gruppo musicale Ossi Duri siamo nati e cresciuti. Da questa idea venuta mentre scrivevamo la storia per l’album ho sviluppato tutti i nomi presenti in Luogo Comune, un po’ come se fosse la mia Givoletto, ma in universo alternativo. I luoghi comuni, quelli brutti, sono fortemente da combattere e in questo caso, visto che a me piace sempre scombinare un po’ le carte, sono gli abitanti di Luogo Comune a rivoltarsi alle banalità.
Come definiresti il genere di questo romanzo?
La mia editrice Eleonora ha inserito il libro nella collana “Be Strong, Be Unreal”, in quanto frutto tendenzialmente di immaginazione. Mi ha anche detto che il genere è distopico: io ho scoperto cosa sia il genere distopico solo dopo che lei me l’ha detto! Alcuni mi hanno detto che è un libro musicale o comunque incentrato sulla Musica. Altri ancora lo hanno inquadrato come un libro umoristico e qualcuno si è sbilanciato dicendo che è un capolavoro della letteratura italiana. Io credo più che altro a questi ultimi. Su tutti gli altri generi sono d’accordo, ma anche in disaccordo esattamente come lo sarebbe Silvano Garrè. Non mi piace categorizzare le cose, anche se talvolta si rende necessario. Dunque direi che mi attengo alla definizione ufficiale della casa editrice: è un romanzo distopico, con tendenza all’umoristico.
Il tuo stile è ricco di anagrammi, giochi di parole e riferimenti musicali. Come mai questa scelta?
Sui riferimenti musicali devo ammettere che sono venuti naturali. Vivo in simbiosi con la Musica da quando ho ricordi, sia grazie ai miei genitori sia grazie ai miei amici. Alcuni di questi riferimenti li ho studiati insieme alla trama del romanzo, altri invece si sono spontaneamente aggrovigliati alle vicende e ai personaggi. Per quanto riguarda i giochi di parole e gli anagrammi, sono da sempre un grande appassionato della lingua italiana e mi piace esplorare, sperimentare e giocare con la nostra lingua che si presta moltissimo. La metasemantica di Maraini, la poesia e il surrealismo di Rodari, La Divina Commedia: questo modo di giocare e di creare con la lingua mi ha sempre accompagnato e affascinato. Ho provato spesso a farlo anche con la lingua inglese, in altri contesti, ma mi rendo conto che è molto più difficile riuscirci con qualcosa che non sia parte di te da tutta la vita. È una sfida, prima di tutto, ma è anche un modo per mantenere l’attenzione del lettore costantemente alta. Che è una cosa che stiamo pian piano perdendo.
Che tipo di atmosfera volevi creare con la tua scrittura?
Leggerezza. Allegria. Consapevolezza.
Viviamo in una società costantemente di corsa, con imprevisti dietro ogni angolo e in cui bisogna fare attenzione a tutto quello che si sente e si vede. L’arte deve rappresentare un momento di evasione o di arricchimento. Sull’arricchimento non mi sento così ferrato, mentre sull’evasione e sul divertimento vado un pochino meglio. Certo, l’umorismo e le risate non servono molto se non ci si ferma un attimo a pensare a quello che si può migliorare nella propria vita e nel mondo in cui viviamo. Così ogni tanto qualche messaggio nascosto tra le righe mi è piaciuto infilarlo. Tutto quello che vorrei dal mio libro è che chi lo possiede possa passare dei momenti di svago e di spensieratezza con una spolverata di riflessione ogni tanto, tutto qui. Può servire anche per pareggiare le gambe di un tavolo claudicante, all’occorrenza. Non ho pretese straordinarie, né aspettative. Certo, vincere il Premio Strega non sarebbe poi così brutto, ma capisco che la critica non sia ancora pronta a tutto questo. Ma ai vostri figli piacerà [cit.]
Quali sono i tuoi scrittori preferiti e come hanno influenzato il tuo lavoro?
Sono cresciuto con la letteratura fantasy e credo che questo si percepisca molto in come scrivo. Il primo romanzo di cui ho memoria è Gli Occhi del Drago di Stephen King e a seguire il ciclo di Dune di Frank Herbert. Poi Il Piccolo Principe, I Ragazzi della Via Paal, Il Giovane Holden. E poi è arrivato J.R.R.Tolkien e da lì è cambiato quasi tutto. Tolkien ha aperto nella mia fantasia mondi che non immaginavo nemmeno, sia linguistici che narrativi. Inoltre ho conosciuto mia moglie e i miei migliori amici, grazie al mondo di Tolkien e al gruppo musicale in cui suono dedicato ai suoi scritti, gli Ainur. Sono un grande appassionato anche della saga di Harry Potter, davvero grande. In tutto quello che scrivo e che suono c’è sempre una parte delle sensazioni che questi scrittori hanno suscitato in me e anche se il mio stile è leggermente diverso, oggi, mi piacerebbe un giorno avere la possibilità di scrivere come loro. Forse mi sono talmente appassionato alle loro saghe che l’idea che io possa avere la capacità di scrivere qualcosa di così bello non mi sembra possibile. Ma chissà, in futuro mi cimenterò anche in questo.
Stai lavorando ad altri progetti letterari al momento?
Intanto sto provando a immaginare un seguito per La Musica non ha Scadenza. Voglio capire se la storia di Silvano Garrè ha ancora qualcosa da raccontare o se è solo una mia sensazione egoistica quella di non volerlo lasciare andare. Poi ho cominciato da anni a scrivere un’antologia di racconti e di storie realmente accadute nella mia controversa carriera musicale. Lo finirò fra 100 anni, circa. Ho anche in cantiere qualcosa che racconti i miei 3 mesi in ospedale a seguito dell’incidente: so che probabilmente non interesserà a nessuno, ma mi piacerebbe scriverlo con un piglio un po’ divertente, per far capire che nelle cose brutte ci può sempre essere qualcosa di bello e di positivo. Poi vorrei scrivere, in endecasillabi, un racconto di me che faccio un viaggio prima all’Inferno e al Purgatorio accompagnato da un poeta latino e poi in Paradiso insieme alla mia amata, incontrando personaggi reali, storici e molto interessanti durante il cammino. Però mi sembra che qualcuno l’abbia già scritto, mi informerò meglio. Il progetto più importante e complesso dell’ultimo periodo, comunque, è stato rispondere a questa intervista. Sono contento, in un modo o nell’altro, di averlo portato a termine.
