“Storia di un matrimonio” (2019) di Noah Baumbach

Di nuovo un film di Noah Baumbach, un regista che negli ultimi anni si è fatto ben notare, prima con “The Meyerowitz Stories” e poi nel 2020, agli Oscar. L’opera in questione è “Storia di un matrimonio”, protagonisti Scarlett Joahnsson e l’ormai affermato Adam Driver, rispettivamente nei ruoli di un’attrice teatrale e del regista della medesima compagnia.

Il film è un dramma sentimentale e, nuovamente, vede al centro delle vicende una famiglia newyorkese, in una trama anche questa volta ricca di dialoghi. La parte iniziale è già superba di per sè: prima assistiamo ad una descrizione che i due fanno l’uno dell’altra, presentandone i tratti migliori. In questi primi cinque minuti noi già ci siamo affezionati, ma il perfido Baumbach, con un colpo di classe, ci fa crollare il castello.

Vediamo infatti che i flashback con voce fuori campo si concludono e scopriamo i due in procinto di divorziare nell’ufficio di un consulente matrimoniale. Questi ha infatti richiesto che entrambi scrivessero in una lettera i motivi per cui, anni prima, si innamorarono a vicenda. Ma Scarlett Joahnsson è restia a leggere il suo sunto e se ne va mandando sia Driver che il consulente a quel paese. È qui che la storia inizia. Sebbene entrambi abbiano deciso di separarsi senza l’intervento degli avvocati, lei, su suggerimento di una collega, chiede il supporto dell’avvocato Norah Fanshaw (Laura Dern, che vince l’Oscar come miglior attrice non protagonista.) Il trasferimento in California della Joahnsson insieme al figlio e la presenza di Norah, spingono Driver a cercare un avvocato anche per sé (Ray Liotta), spaventato dalla possibile perdita della custodia del figlio. Da questo momento in poi, saranno i due avvocati a manipolare i due personaggi, allontanandoli l’un l’altra e arrivando a portare entrambi quasi al verde. Avvocati che si salutano con rispetto e simpatia prima di entrare in tribunale e scannarsi.

Senza proseguire oltre elenchiamo i punti di forza del film. Questo scorre molto bene trascinando lo spettatore in un vortice di sensazioni. L’empatia la proviamo per entrambi i protagonisti. Il regista insinua il dubbio su chi dei due abbia ragione. Di rimbalzo, è per il bambino che ci incupiamo, sballottato a destra e manca per via delle vicissitudini dei genitori. L’interpretazione di tutti i personaggi funziona e nonostante quella della Dern sia stata premiata con l’Oscar alla miglior attrice non protagonista, non l’ho personalmente trovata poi così valida. La regia invece, riesce, oltre a fornire ottimi trucchetti tecnici utili a trasmettere il distacco che piano piano aumenta tra i due protagonisti, a costruire una narrazione equilibrata nel ritmo e nella messa in scena delle situazioni emotive.

Il film è meraviglioso, empatico e soddisfacente, anche se può risultare un pochettino amaro nel finale. Se invece volessimo cercare la poetica o l’estro che rendono questa pellicola ottima, è necessario dire che la caratterizzazione e la trama “girano” intorno alle Parole. E voi mi direste: beh è normale, i dialoghi fanno la storia dopotutto… ma non è solo questo. Il regista infatti ci presenta degli spunti essenziali. Provo a spiegarmi: come era stato per “The Meyerowitz stories”, anche in questa pellicola i dialoghi hanno un realismo originalissimo. Se si va ad analizzare nel dettaglio la scena emblematica del litigio, si evince che, se entrambi fossere stati sinceri sulle loro intenzioni, se ne avessero quindi parlato, forse non si sarebbero nemmeno mai sposati. È quindi “il non detto” che causa la rottura definitiva tra i due protagonisti. Come accennato sopra, è il non leggere la lettera proposta dal consulente che avvia la vicenda. Stessa lettera che nel finale riappacificherà la coppia. È l’estrema retorica burocratica e manipolatrice degli avvocati che li allontana ancora di più. È la parola il seme della discordia, difatti, e qui c’è l’allegoria geniale, l’unico innocente in tutta la storia è il solo personaggio che ha difficoltà a parlare: il figlioletto dei due. Per rafforzare questo concetto, è necessario notare che molti sono i monologhi all’interno del film. Scelta inusuale e rischiosa. Intensi e lunghi discorsi, spesso con inquadrature fisse sul personaggio che li esprime. La parola è il terzo protagonista di questo film, il fulcro cui gira intorno l’anima di questa pellicola, come fosse un deus ex machina che tira le fila. La parola è l’essenza dell’essere umano. È dopotutto attraverso essa che ci siamo evoluti. Il parlare e il sentir parlare delinea i nostri caratteri, la nostra conoscenza, la nostra vita, la nostra società. Baumbach crea quindi una sceneggiatura ben costruita, e, citando Hitchcock, se si ha una buona sceneggiatura, allora si ha anche un buon film.

Quindi “Storia di un matrimonio”, nonostante sia carico di dialoghi, non deve preoccuparvi per l’eventuale pesantezza. Infatti, scorre sempre liscio e armonico, grazie ad un ottima gestione delle sensazioni. In conclusione, questo Noah Baumbach è senza dubbio un regista da tenere d’occhio, che in tre anni ci ha regalato due film convincenti e carichi di sentimento. Nell’attesa delle sue prossime opere, magari scoprire gli altri suoi lavori non è una cattiva idea. A presto e grazie tantissimo a tutti voi che mi leggete.

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