“Luci della città” di Charlie Chaplin (1931)

Normalmente si sente dire che i film sentimentali o i film romantici non piacciono. Le motivazioni del perché viene detto sono le seguenti. O il film è talmente mieloso da risultare fastidioso per un eccesso di sentimentalismo, o quel sentimentalismo non ci entra dentro e noi spettatori rimaniamo in qualche modo distaccati l’animo dei personaggi. Io credo che il problema non sia nella tematica ma nel come questa ci viene presentata. Per essere un ottimo film d’amore non occorre una messa in scena che ci mette davanti agli occhi l’espressione di un amore fortissimo o atti talmente dolci (avvolte malinconici) fatti per farti piangere. Il sentimentalismo non deve quasi mai esserci mostrato direttamente. Il sentimento deve aleggiare nell’aria, deve poter essere percepito ma non deve essere necessariamente tangibile. Luci della città, insieme ad altri, calza perfettamente questa idea. C’e purezza in ogni atto del protagonista, ma non è zucchero, è empatia per lui e per le sue disavventure ciò che ci conquista. Adesso vediamo la trama.

Dopotutto è un film di Chaplin, perciò è anche divertentissimo. La prima scena si apre con l’inaugurazione di un trittico di statue in città. Gli aristocratici, gli uomini di alto stampo sociale che presiedono, parlano con voci stridule come trombette. C’è da dire che Chaplin usa il sonoro per questa unica scena, quando questo era in realtà già stato introdotto nell’ambiente cinematografico dal 1928. E lo usa non per i suoi vantaggi narrativi, ma più come presa in giro, probabilmente al sonoro stesso, e alle figure degli aristocratici, che in questo modo suonano ridicoli ed eccessivamente pomposi. Il telo che copre le statue poi viene tolto e sotto troviamo il nostro “tramp” addormentato sopra una di esse. Il pubblico che assiste è allibito, il sindaco e gli altri uomini che presiedono si inalberano. La gag è fantastica, Chaplin impiega tre minuti a scendere e a liberarsi dalle statue a cui rimane impigliato in una situazione comica sempre più assurda. Il siparietto finisce e Chaplin si ritrova imbottigliato in un ingorgo d’auto, inusuale per l’epoca, tanto è che quando riesce ad arrivare al marciapiede viene scambiato per un milionario da una ceca che vende fiori e che gliene porge uno in cambio di un soldo. Chaplin la osserva e ne rimane colpito, quindi regala lei l’unica moneta che ha. Tra i due nasce un rapporto molto particolare: la ragazza è riconoscente ed entusiasta: per la prima volta, qualcuno, e soprattutto qualcuno con molti soldi, ha interesse nei suoi confronti. Allo stesso tempo, un Charlot imbarazzato, non può far altro che continuare a fingere di essere tale. Anche lui per la prima volta si sente desiderato ed è perciò riluttante nel dirle di non essere ciò che lei crede.

Il loro rapporto quindi prosegue, anche se si mostra un problema: se la ragazza non riuscirà a pagare l’affitto entro il tempo stabilito verrà sfrattata. Contemporaneamente Charlot trova un annuncio sul giornale, nel quale è scritto che un certo professore sia in grado di curare la cecità. Anche in quel caso, però la ragazza avrà bisogno di molti soldi. Spinto dal sentimento per lei, Charlot, si promette di aiutarla e, a sua insaputa, comincerà ad eseguire vari lavori in una serie di scene fantastiche. Epocale l’incontro di box che fa per ottenerne la vincita. Nel frattempo, il nostro vagabondo è anche riuscito a farsi un’amico: nient’altro che un milionario (uno vero stavolta) suicida che riporterà alla ragione, con il quale passerà serata a base di alcool e bagordi. La sequenza al club, con lo scambio delle sedie, le cadute slapstick e le mezze risse con altri al tavolo è personalmente la più divertente della pellicola, cercatevela sul web!

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Tra le mille peripezie che Chaplin passerà lavorando o frequentando il milionario, c’è quella che sfortunatamente, ogni qual volta a quest’ultimo passi la sbornia, si dimentichi immediatamente di Charlot facendolo cacciare dal maggiordomo o, nelle fasi finali della pellicola, a denunciarlo alla polizia. E’ proprio in questo frangente che il nostro vagabondo riesce a ottenere tutti i soldi necessari per l’affitto e la cura della ragazza. Ritorna da lei con il gruzzolo ma una volta fuori viene subito catturato e portato in galera per mesi.

Salto temporale: vediamo Charlot di nuovo libero e a zonzo per la città come all’inizio, senza amici, senza compagna. Quando poi, dopo essere stato preso a colpi di cerbottana da dei ragazzini bulletti, trova un fiore per terra. Fiore dello stesso tipo di quelli che vendeva la ragazza cieca. Lo raccoglie e alza lo sguardo. Di fronte a lui c’è una vetrina di un negozio. Al suo interno la ragazza, non più cieca è riuscita a pagare l’affitto, a curare la proprio vista ed anche ad aprire, a quanto pare, una propria attività. Lui la fissa come congelato. La tensione è alle stelle. Sia lui che noi spettatori sappiamo che lei non potrà comunque riconoscerlo anche se può vederlo. Lei lo nota e lo scambia per quello che è, un vagabondo.. con la sua amica si mette a ridacchiare, nello sguardo di Charlot c’è l’universo. Quando lei li va incontro per dargli una moneta e un fiore, come gesto di cortesia, lui si intimorisce e fa per andarsene, la paura di non essere accettato per quello che è ritorna ma lei insiste. Porge lui moneta e fiore e quando per caso, li sfiora la mano… finalmente lo riconosce. E’ un gioco di sguardi, lui si mette la mano davanti alla bocca, timido, ma i suoi occhi splendono di una luce vivida. Le chiede solamente: “Adesso ci vedi?” L’espressione della ragazza dice tutto. Annuisce accarezzandogli la mano e risponde: “Si, adesso ci vedo.” Inquadratura su Chaplin che sorride. La scritta “fine” appare sullo schermo.

Questa è la purezza che provavo spiegare, un gioco di sguardi, un involontario sfioramento della mano, un sorriso e la magia è compiuta, non serve nient’altro. L’inquadratura su Chaplin, con il fiore davanti alla bocca, che si sforza di non sorridere troppo, rimane scolpita nella storia del cinema. Una potenza espressiva disarmante, un interpretazione di tutti gli attori magistrale. Un film che Chaplin ha impiegato 3 anni prima di riuscire ad ultimarlo, dove più volte aveva pensato di cambiare attrice e attore rispettivamente per la ragazza e il milionario. Un’opera immortale anche oggi, e che poteva invece risultare obsoleta anche quando è uscita, in quanto il regista era l’unico a fare ancora film muti. Chaplin scelse di non adattarsi come tutti gli altri, rimasto con la convinzione che il silenzio spesso valga più di mille parole.

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