Intervista al Mezzosoprano Elena Caccamo “Con Rossini ho scoperto un tipo di scrittura musicale che mi si adattava come un vestito cucito su misura”

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Elena Caccamo mezzosoprano milanese di 25 anni, debutta nel 2015 nella Cavalleria
Rusticana
di Voce allOpera nelle vesti di Lola. Ha lavorato a lungo con AsLiCo tanto nei
progetti education, quanto nella stagione serale. Dedita al repertorio classico, ha debuttato
tra gli altri Rosina, Cherubino, Carmen, Angelina, mentre si è confrontata con il primo
barocco nei Baccanali di Steffani e ne Il ballo delle ingrate di Monteverdi.


Come e quando si è avvicinata allo studio della Musica? Quando è arrivato l’amore per l’Opera?

Sin da bambina sono sempre stata attratta da tutto ciò che è musica: passavo moltissimo tempo col mio mangianastri, imparavo tutte le canzoni che ci facevano cantare all’asilo e addirittura mia nonna mi faceva cantare il karaoke sul computer! Così un giorno i miei genitori mi hanno iscritto a un’audizione che era stata indetta per formare il coro di voci bianche della civica di Milano (penso fossero stufi di avermi sempre in casa a cantare!), cantai “perdere l’amore” e venni subito presa. Il maestro del coro suggerì ai miei genitori di iscrivermi al coro delle voci bianche che c’era in conservatorio, e loro, nonostante fossero piuttosto scettici, mi diedero questa opportunità. Era il novembre del 2003 e anche se io ancora non lo sapevo, quell’audizione mi aveva appena spalancato le porte del Teatro alla Scala e con esse quelle del mio più grande amore: l’opera lirica.


Come descriverebbe la sua vocalità?

Sono un mezzosoprano cantabile, ma il mio timbro mi consente di fare qualche incursione nelle tessiture anche più acute. Diciamo che la mia è una vocalità ibrida che mi richiede di porre una particolare attenzione nella fase di scelta dei ruoli.


Ha un autore che sente più affine a sé?

Assolutamente sì: Rossini tutta la vita. Quando ho debuttato Rosina nel 2015 al Festival della Valle d’Itria ho scoperto un tipo di scrittura musicale che mi si adattava come un vestito cucito su misura… è stato amore a prima vista!


Il suo ruolo preferito e perché?

È molto difficile rispondere a questa domanda, perché una volta studiato e debuttato un ruolo lo si ama come una propria creatura.

Il ruolo di Carmen, però, penso sia veramente una rivelazione, io credo per tutte le cantanti che si trovano a vestirne i panni. Mettersi nelle scarpe di un’emblema così forte e potente di libertà assoluta è non solo un’esercizio di psicanalisi, ma un’esperienza che pervade tutto il corpo. Non si esce da una recita di Carmen con la stessa testa di tre ore prima.


Ha un ruolo che rappresenta un sogno nel cassetto?

Moltissimi. Ho una lista molto lunga di sogni da esaudire! Per dirne uno: Nerone dell’Incoronazione di Poppea di Monteverdi.


Quando si approccia ad un nuovo spartito, come organizza lo studio dal punto di vista drammaturgico, interpretativo e musicale? Come crede che questi fattori debbano influenzarsi ed interagire tra loro per una migliore esecuzione?

Abbiamo tutti una teoria su come organizzare lo studio “step by step”, ma tanto nessuno di noi la segue davvero. Il punto è che la tecnica vocale che dobbiamo applicare al nuovo ruolo (in gergo si dice “metterlo in gola”) non può comunque prescindere dalla drammaturgia, e la drammaturgia è intrinsecamente legata a doppio nodo con quello che il compositore ha scritto non solo nella mia linea vocale, ma in tutta la partitura. Preparare un nuovo ruolo è un lavoro immenso, bellissimo e commovente di ricerca dentro sé stessi: di ricerca vocale, psicologica, emotiva e fisica. Il punto che cerco di non perdere mai di vista è la parola: tramite la parola, scavare nel senso della musica con il supporto della tecnica vocale.


Qual è l’artista vivente che stima di più e perché? E da quale mito del passato si sente maggiormente ispirata?

Ci sono moltissimi cantanti attivi sulle scene ad oggi che seguo con interesse e partecipazione. Se mi chiede chi è la prima cantante della mia corda a cui faccio riferimento, si tratta senza dubbio di Joyce di Donato.

Leyla Gencer è per me un esempio luminosissimo fra i molti che ci hanno preceduto. Ho avuto l’onore di poterla conoscere e brevemente frequentare prima della sua dipartita e ha impresso in me un tale senso del dovere e del rispetto verso noi stessi come artisti, che ancora mi accompagna.


I suoi prossimi impegni dove la porteranno? Può darci qualche anticipazione?

Certo: sono in procinto di partire per Livorno dove farò parte del Mascagni Opera Studio. A Novembre invece tornerò a Milano per cantare Carmen nell’allestimento di Gianmaria Aliverta in apertura della nuova stagione di Voce allOpera.


Qual è stata la più bella esperienza professionale che ha vissuto nella sua arte da raccontare ai nostri lettori, e perché proprio quella?

Questa è una domanda difficile, perché troppi momenti molto importanti si affollano nella mia mente. Andando in ordine cronologico direi che una data per me fondamentale è il 19 maggio 2008, il giorno del mio quattordicesimo compleanno. Cantavo i Chichester Psalms di Bernstein con la Filarmonica della Scala, diretta da Gustavo Dudamel: non era la prima volta che cantavo da solista, ma era la prima volta che ero completamente da sola, come una vera cantante lirica professionista, lì in proscenio con tutta la meravigliosa sala del Piermarini davanti! Un’altra esperienza alla quale torno con la mente ogni volta che ho bisogno di farmi forza è il Tannhäuser del marzo 2011, che ebbe un periodo di prove molto travagliato nel quale sembrava che per me non ci fosse alcuna speranza di finire a fare il pastorello (una parte che già di per sé mi incuteva un certo timore); ebbene, un giorno, all’ultima prova di insieme, negli ultimi dieci minuti di prova, il Maestro Mehta decise di riprovare proprio quel punto. Tocca a me: canto e vado a casa. Quella sera un sms, ”vai a vedere il sito” mi dicevano: ero primo cast, avrei fatto la prima! Avevo completamente ribaltato la mia situazione, e solo cantando. Ogni volta che sono in difficoltà ripenso a quella prova, e mi rinfranco completamente. Infine un momento molto molto importante: il debutto di Rosina al Festival della Valle d’Itria nel 2015. Un debutto inaspettato, insperato e che mi fece crescere moltissimo in appena due mesi di produzione. Studiavo canto da poco più di un anno e il Maestro Triola, che non smetterò mai di ringraziare, mi disse che avrei fatto Rosina e mi ricordo che gli dissi: ”Ma se volete, io so Berta!”. Inutile dire che sapeva meglio lui di me cosa potevo fare.


Quali sono le sue aspettative per il futuro e come spera sarà il futuro del Teatro lirico?

Sono una persona positiva e fiduciosa. Credo che il Teatro lirico, specie quello italiano, sia in un momento dove sono possibili grandi e bei cambiamenti. Vedo moltiplicarsi le formule con cui l’opera lirica viene proposta al pubblico, nell’intenzione di aumentarne l’attrattività. Quasi tutti i teatri ormai inseriscono nella propria programmazione i progetti didattici per le scuole (io stessa ho partecipato a diversi di questi progetti grazie ad AsLiCo), c’è un bellissimo e rinnovato interesse per le opere contemporanee, i festival lirici si arricchiscono di teatro danza, prosa, teatro urbano, la lirica rompe i suoi schemi e le mura delle proprie sale: si siede accanto agli avventori di un bar, canta tra le macchine, piroetta in mezzo ai bambini.

Io mi diverto moltissimo a partecipare a questo tipo di produzioni, le trovo dei banchi di prova stimolanti e penso che siano dei progetti vitali che ci avvicinano ancora di più all’antica arte degli aedi che cantavano le mirabolanti avventure dei guerrieri di piazza in piazza. Certo, qualche collega non è d’accordo e non a torto ricorda come il teatro sia nato come uno spazio sacro da non valicare. Il dibattito è aperto. Io penso che laddove ci poniamo sul mercato con una grande varietà di proposta, vinciamo tutti: vince il pubblico, che è messo nella condizione di scegliere lo spettacolo che preferisce, e vinciamo anche noi interpreti, che abbiamo nuove opportunità espressive.


“Habanera” Elena Caccamo
Teatro sociale di Como, 15 marzo 2018

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